ABDUL SATTAR EDHI,
ovvero il welfare state pakistano
(articolo di Alberto Negri dal "sole 24" ore del 18/04/02)

 

Ci sono uomini che con le loro idee cambiano il mondo: Altri che cambiano anche le nostre idee sul mondo. Abdul Sattar Edhi ha rivoluzionato il mondo che lo circondava e si prepara a mutare le nostre opinioni sull'Islam. "L'essenza dell'Islam non é raggiungibile con parole o spiegazioni ma con l'esempio" questa é una delle sua frasi preferite, anche se lui ama pochissimo parlare e molto di più fare. Se non andate oggi al Future Show di Bologna ad ascoltarlo, seguite almeno, per favore, la sua storia.

Edhi é uno degli eroi del nostro millennio, Piccolo di statura, magro, una lunga barba bianca arricciata fino al petto, addosso porta una shalwaz kemize grigia, una tunica semplice e disadorna, l'uniforme popolare dei pakistani. Quest'uomo di 71 anni, ascetico, quasi dimesso, che non vuole e non sa darsi importanza ha fondato un impero. L'Impero del Bene: tre milioni di bambini poveri curati, un milione di handicappati assistiti, 80 mila tossicomani e malati mentali riabilitati, 22mila neonati abbandonati salvati da morte sicura. E poi ambulanze, mense popolari, protezione civile. Milioni di assistiti con il lavoro di 350mila volontari.

Questi i numeri della fondazione Edhi. Ma l'aspetto importante é che questo sistema di welfare é stato creato dai poveri con i loro soldi e con il loro lavoro.

Niente aiuti pubblici, niente donazioni di facoltosi benefattori, nessun finanziamento estero. Eppure non é un miracolo

. Edhi non é ricco ma la sua formula può diventare un modello per il terzo Mondo, dove lo stato non funziona, non ha un bilancio perché non ha soldi e nessuno paga le tasse, oppure divora le ricchezze della nazione in un vortice di corruzione e di sprechi.Di solito la disperazione dell'altro mondo é tutte queste cose insieme.

La fondazione di Edhi si auto finanzia con le donazioni dei poveri e della classe media pakistana. "Da noi la gente porta da noi ogni anno uno, due, tre dollari, qualcuno, i più agiati anche 10mila: adesso abbiamo un bilancio di 20 milioni di dollari. Ma non é questa la cosa che conta: l'importante é che tutti siano coinvolti in un'attività di sostegno o assistenza per gli altri, l'impegno individuale si trasforma in lavoro collettivo con una ricaduta sociale".

I soldi non finiscono nel nulla. A ogni donatore, anche soltanto per un dollaro, viene consegnata una ricevuta e dopo cinque anni può, se vuole, riscuotere quanto ha versato. Ma nessuno osa neppure pensarci: il 115 é un numero di telefono che in Pakistan tutti conoscono, l'unico di emergenza nel Paese. La fondazione ha 600 ambulanze e un sistema di soccorso sulle grandi strade del Paese ogni 25-50 chilometri. Se a Karachi, 10 milioni di abitanti, un inferno di asfalto e cemento sull'Oceano, cerchi soccorso arrivano solo loro, quelli della Fondazione Edhi. Così accade anche quando c'é un terremoto o un'inondazione.

Abdul ha creato tutto dal nulla. "Vengo da una famiglia modesta del Gurjiat. Dopo il '47, alla separazione da India e Pakistan, come la maggior parte dei musulmani siamo emigrati nel nuovo Stato, a Karachi. Prima vendevo penne e fiammiferi sulla strada, poi ho aperto un piccolo negozio di vestiti: non ho mai avuto molti soldi ma volevo fare qualcosa per gli altri e ho iniziato aprendo con mia moglie un piccolo dispensario per distribuire medicine gratis ai poveri". Aiutato dalla moglie Bilquis - a cui, dice, "devo il 70% di quello che ho fatto" - Edhi ha voluto creare un sistema di assistenza dove tutti potessero trovare un aiuto "dalla culla alla bara". "All'inizio andavo da solo sulla spiaggia a raccogliere cadaveri sospinti dalla risacca: nessuno si occupava di loro e io gli davo sepoltura, senza distinzione di religione. Poi presi un piccolo van e percorrevo le strade di Karachi a radunare orfani e bimbi abbandonati".

E oggi continua, perchè l'esempio è la cosa più importante. "L'aiuto da fuori - dice Abdul Sattar Edhi - spesso è un limite, una scusa per i pigri, una stampella per gli incapaci. Ho dovuto interpretare il messaggio del Corano con il mio modo di vivere. Ho dovuto fornire un esempio personale della pratica dell'Islam, e un giorno questa diventerà la sua interpretazione più ovvia. Ma il viaggio è durato una vita intera".

"Molti lo considerano un semplice assistente sociale, io ho visto in lui un modello di comportamento per il mondo intero", dice Tehmina Durrani, la scrittrice nota in Italia per il romanzo "Empietà" che ha pubblicato su di lui una biografia ("l'impero del bene", Mondadori). "Lasciarsi coinvolgere nel lavoro pratico di Edhi - sostiene la Durrani - è una cosa naturale per chiunque gli si trovi vicino. Lavare cadaveri e coprire bare, passare intere giornate tra le macerie di un palazzo crollato, in centri per malati mentali o orfanatrofi, ha costituito anche per me, per due anni, un'esperienza unica".

Edhi con la sua vita propone un percorso che forse placherà gli animi e modificherà la posizione dei musulmani nei confronti dell'Occidente e da noi magari farà cambiare qualche idea preconcetta sull'Islam: il suo è il modo più efficace per risvegliare il popolo musulmano e scoprire l'altra faccia, quella più gentile, dell'Islam, rimasta in letargo mentre i combattenti della fede sono cresciuti a ritmo sostenuto.

In un ambiente che privilegia i diritti umani, saranno sempre meno i musulmani armati di pistola e sempre più quelli armati di compassione e solidarietà. Ascoltiamo quest'uomo che non si è concesso un solo giorno di vacanza in tutta la vita e che parla dei prossimi cento anni invece che dei prossimi due.

 

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