Pir-O-Murshid Inayat Khan:Una Biografia

 

Inizia in questo numero la traduzione di alcuni brani  dal libro: "Biography of Pir-O-Murshid Inayat Khan” che continuerà nei prossimi numeri.

 

India 1882

 

Verso l’ultima parte della seconda metà del 19° secolo,  si destò in India fra gli Indù ed i Musulmani un desiderio di  riforma religiosa e sociale. Secoli prima, Shankaracharya aveva indirizzato la corrente del sentimento religioso verso una più grande spiritualità. E  sia Nanak, il grande Guru dei Sikhs, che Kabir, il poeta, avevano creato e lasciato nel paese uno spirito vivente di tolleranza religiosa e di purezza spirituale. Un fuoco nuovo venne dato alla vita religiosa dai grandi saggi Dadu e Sundar. Più recentemente era stata fondata l’associazione Arya Samaj da Dayananda Saraswati, era stata effettuata la riforma religiosa di Swami Narayan, Devendranath Tagore aveva acceso una nuova fiamma di religione nel Movimento Bramo Ahmadia, i missionari Cristiani stavano cercando di propagare la Cristianità e la Società Teosofica si era stabilita come il Colleggio Indù a Benares.

Le nuvole scure che avevano coperto il paese negli anni dopo il Mutany, si stavano dissolvendo. Da una parte Sir Sayyed Ahmad stava lavorando per indurre i Musulmani a trarre il meglio possibile dalle condizioni esistenti, in particolare tramite la fondazione del Colleggio Aligarth  a svegliare nei giovani Musulmani uno spirito d’intraprendenza, energia e auto-dipendenza e dall’altra,  il Governo Britannico si era messo al lavoro per riformare la legge, l’educazione e l’amministrazione.

Tale era la condizione dell’India nel 1882.

 

INAYAT nacque a Baroda, una città in Gujerat Presidency,  mercoledì cinque Luglio 1882 alle ore 11.35  nella casa di Maula Bakhsh.

La zia del piccolo bambino, Inayat Bibi, teneva sempre alto l’ideale di un mondo migliore e più elevato. Ella aveva sofferto per quest’ideale e stava morendo per questo motivo. In punto di morte le fu detto della nascita di un bambino nella sua casa e lei disse: “Lui è nato con l’ideale per il quale io sto morendo e la mia sola soddisfazione in quest’ora della mia morte sarebbe che questo bambino fosse chiamato col mio nome, “Inayat”, che significa Benevolenza.

Una sera il padre d’Inayat gli portò qualche dolcetto, ma trovando il bambino che dormiva, li mise da parte per la mattina. Durante la notte Inayat ebbe una visione nella quale vide esattamente ciò che il padre aveva fatto. Non appena sveglio il bambino chiese i dolcetti, ma la  madre, non sapendo ciò che il padre aveva fatto, disse che non c’erano. Inayat insistette finché alla fine la madre chiese: “Dove?” “Laggiù” egli rispose, indicando con la mano. Sua madre andò, pensando di calmarlo, ma con sua gran sorpresa scoprì che aveva ragione, c’erano alcuni dolcetti dove lui aveva detto. Indagando, apprese ciò che era successo. “Ma, ” disse il padre, “Inayat non sapeva, perché dormiva”.

 

Dalla prima infanzia Inayat mostrò grande gentilezza  e nobiltà di carattere. La sua più grande gioia consisteva nel condividere ogni torta o dolcetto che aveva con i suoi fratelli e compagni di giochi, per quanto poco  ne avesse. Quando riceveva qualche frutto o fiore, la sua più grande gioia era di offrire il dono a sua madre.

Nella famiglia d’Inayat non c’era molta credenza nella superstizione e tuttavia l’idea del malocchio esisteva ancora. Ogni volta che Inayat era indisposto, sua madre preparava uno stoppino di cotone.

Un giorno Inayat fu morso da uno scorpione. La sua gamba diventò gonfia ed esangue e il dolore aumentava terribilmente mentre il veleno si diffondeva. Suo padre lo portò da un medico e sulla strada, fortemente allarmato e angosciato alla vista del suo bambino che soffriva un tale dolore, gli chiese se aveva tanto dolore. Inayat, vedendo suo padre talmente preoccupato, non poteva sopportare ad essere la causa di una tale angoscia e nonostante lui soffrisse un dolore intenso, trattenne suoi gemiti e rispose: “Non molto, padre”.

… Ad Inayat piaceva mettersi al fianco una spada giocattolo ed allenare un gruppo di ragazzi. Quando una volta qualcuno gli chiese: “Di chi taglierai la testa con questa spada?” Di nessuno”, disse, piuttosto che tagliare la testa di un’altra persona, taglierei la mia”.

… Un giorno Inayat visitò la casa di un uomo anziano, un Indù. Là vide un disegno che rappresentava un uomo e una donna molto belli. Questo lo attirò fortemente, perché sembrava che i due giocassero ad un gioco che aveva visto fare spesso dai bambini, in cui due si trovano a faccia a faccia, le dita dei loro piedi si toccano, le mani sono strettamente giunte e poi inchinandosi più indietro possibile, girano ruotando e ruotando,  in modo che le loro teste facciano un cerchio. Inayat, essendo curioso, chiese del disegno. “Questo è Krishna, ” disse l’uomo anziano. “Krishna, Krishna, chi è?” chiede il bambino. “Krishna è il nostro Dio”, rispose il Bramino. “Il tuo Dio? Il tuo Dio ha una compagna?” “Sì”. “E Dio danza?” continuò Inayat. “Oh sì”, fu la risposta. Inayat guardò il disegno, pensò per un momento e poi disse: “Mi piace il tuo Dio”.

Inayat e alcuni compagni giocavano un giorno in un posto aperto, dove c’era un laghetto con attorno  tanti idoli Indù. I ragazzi, che erano Musulmani, sentivano poco riguardo per quegli oggetti, sacri per gli Indù. Cominciarono a saltarvi sopra e giocare con essi. “Non fatelo!” disse Inayat. “Che cosa importa?” gridarono gli altri, “Non sono i nostri Dei”. “No, ” rispose Inayat, “Ma sono Dei di qualcuno”.

…Una volta Inayat vide che un ragazzo fra i suoi compagni trattava sua madre in modo molto insolente. Egli fu shockato da ciò e disse al ragazzo: “Hai trattato tua madre in un modo talmente insolente! Allora ricordati, non sarai mai felice e finirai molto male!” Questa profezia si avverò, perché il ragazzo cui l’aveva detto, finì in modo terribile.

Inayat era un bambino molto sensibile e ciò si manifestò non solo nel suo amore per bellezza e nella raffinatezza di pensiero, ma anche nella sua grandecompassione per le pene e le sofferenze della gente intorno a lui. Era molto sagace nel cogliere le condizioni del suo ambiente e sempre incline a simpatizzare con i deboli e tristi. Era un osservatore acuto della natura umana e vedeva nella vita più dolore che piacere e più falsità che verità. Tutto ciò talvolta lavorava intensamente nei suoi pensieri e persino da bambino si ritirò in solitudine per essere da solo, nel silenzio, non facendo alcuna attività, salvo ponderare sulle cose, seduto in un atteggiamento tranquillo con un’espressione seria sul suo volto.

All’età di cinque anni Inayat fu mandato a scuola.

 

                                                                                                                                 Continua...      

 

 

 

 

                                                                *

 

DIO

parla al

Profeta

nel suo

divino

linguaggio

che il profeta

interpreta

nel linguaggio umano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci fu una discussione in famiglia in merito a quale scuola dovesse essere mandato, se alla scuola per  bambini Musulmani o alla scuola Hindu. Siccome i bambini Hindu erano meno giocherelloni, venne deciso di mandarlo alla scuola Hindu e qui iniziò la sua istruzione scolastica nella lingua Marathi. Il sitema educativo a quei tempi ed il modo in cui gli insegnanti guidavano tutti con lo stesso bastone, era in qualche modo contrario alla natura di Inayat, egli avrebbe preferito giocare all’aperto e dare libero sfogo alla sua fantasia ed alle idee che gli venivano in mente, piuttosto che stare seduto in mezzo a bambini della sua età in una scuola in cui il maestro istruiva tutti col bastone. Inayat  era spesso depresso a scuola e frequentemente veniva sorpreso a fare disegni su una lavagnetta, mentre ci si aspettava che tutti stessero seguendo le lezioni. Dopo essere stato rimproverato molte volte e spesso frustato sulle gambe nude, era grato ogni sera di lasciare la scuola e tornare a casa. Fu promosso e passò da una classe alla successiva anche se non sempre superava gli esami. 

         Una volta il padre di Inayat andò alla sua scuola per chiedere la ragione del suo ritardo negli studi. Il maestro gli disse:” Non si può dire che gli manchi l’intelligenza, tuttavia è un giocherellone e trascura gli studi”. Dopo alcune discussioni sull’argomento verificarono che in matematica, storia, geografia e grammatica Inayat era l’ultimo della classe, ma in poesia e nella sua interpretazione o in composizione era primo, con sorpresa dell’ intera classe che riteneva quel piazzamento inusuale per lui. L’insegnante era saggio. Disse:” Vi è qualcosa di meraviglioso in lui, ha capacità espressiva e mette fuori ciò che è in lui. E’, per natura non un allievo, ma un maestro”. Questo fu l’unico maestro che evitò di frustarlo per non aver imparato le lezioni, ma aveva l’abitudine di parlargli, così che si vergognasse di se stesso. Tutti gli sforzi del maestro furono vani, perché Inayat non poneva mente agli studi né  gliene importava e dedicava la sua attenzione solo agli argomenti che lo interessavano.

         Per i suoi genitori, Inayat era il più grande problema. Inayat ricco di sensibilità, pronto a fare amicizia con chiunque, desideroso di interessarsi a tutte le cose che attiravano la sua curiosità, emotivo ed inoltre con un amore per la bellezza nella forma e nel colore e in tutto ciò che lo attraeva, era aperto a tutte la influenze. Perciò la responsabilità dei suoi genitori cresceva insieme con la loro ansia col crescere di Inayat.

         I normali giochi degli altri bambini avevano poco interesse per lui, che preferiva cavalcare gli asini.

         La prima rappresentazione teatrale a cui Inayat assistette nella sua vita fu il damma più antico dell’India: Harish Chandra, il dramma della rinuncia, che pone in primo piano la morale di conservare il proprio onore. La rappresentazione fece una tale impressione sul giovane Inayat che per anni egli desiderò ardentemente rivederlo. Lo rivide tre volte ma non fu mai abbastanza; allora lo interpretò egli stesso a casa.

         Molte volte Inayat organizzava una rappresentazione e la faceva recitare agli altri bambini. Assegnava ad ogni bambino una parte e gli isegnava come recitarla. Quando arrivava il momento di andare in scena i bambini si dimenticavano; ma ogni volta che qualcuno si dimenticava e non sapeva come recitare, Inayat si metteva dietro di lui, suggeriva le parole e diceva all’attore come recitare. Così, in realtà l’intera rappresentazione era recitata da Inayat stesso.

         Un giorno, la sera tardi, Inayat non era ancora tornato a casa, così tutti erano in ansia e vennero inviate delle persone a cercarlo. Alla fine fu trovato ad una conferenza tenuta da Jinsi Wali, un grande riformatore sociale. Inayat era così assorto in  ciò che Jinsi Wadi stava dicendo che aveva perso la cognizione del tempo. Vedendo il suo intersse in argomenti culturali, i suoi genitori gli perdonarono la mancanza di non essere rientrato a casa quando avrebbe dovuto farlo.

         I suoi genitori si domandavano a volte quale potesse essere il problema del bambino. Notando che non sempre si comportava come un bambino, facevano di tutto per soddisfare le sue inclinazioni, gli regalarono dei pony e giocattoli di altro tipo, e facevano del loro meglio per non fargli mancare nulla, ma niente lo interessava con continuità. Molto spesso nel bel mezzo di una grande attività ed eccitazione, tra i suoi parenti ed amici, Inayat restava tranquillo e sembrava al di sopra di tutte le cose attorno a lui. Alcune persone, o situazioni, oppure argomenti che egli notava lo portavano ad analizzarli profondamente all’interno di se stesso.Per tutto ciò era un mistero per i suoi genitori.

         Il padre di Inayat gli insegnò molte cose sagge; produsse in lui, anche nella fanciullezza, un senso di rispetto di sé. Gli insegnò a non mostrare un entusiasmo o un’eccitazione troppo grande nel vedere cose belle o ricche, a ritirarsi quando vedeva amici od anche parenti gioire e divertirsi, a intromettersi, se non invitato, nei divertimenti altrui, od anche solo desiderare di condividerli. Gli insegnò a non andare dove non era desiderato, a non frequentare mai un posto dove  non era benvenuto, a non visitare qualcuno troppo spesso, ma solo ad incontrare gli amici quando era opportuno, a non intromettersi nelle attività di nessuno, a non interferire nella privacy di nessuno, a non essere troppo amichevole con chi non desiderava ricambiare. Diceva:” Non cercare amici che preferiscono evitarti. Non tentare di accompagnarti con quelli che preferiscono essere lasciati soli. Non essere di peso per nessuno. Soffri la fame e muori una morte dignitosa, piuttosto che vivere una vita di umiliazioni”.

         Gli insegnò a trattenersi dal desiderare comfort che potessero essere ottenuti a spese del confort di qualcun altro, a rinunciare ad un comfort piuttosto che ottenerlo domandando un favore a qualcuno, a contenere ed anche a reprimere ogni desiderio che potesse causargli umiliazione.

         Questi insegnamenti divennero per Inayat così naturali che gli sembrò che gli venisse insegnato ciò che istintivamente desiderava.

         Gli fu insegnato a sedere tranquillamente in mezzo alle persone più anziane, a salutare gli altri per primo e se altri lo avessero salutato per primi a dispiacersi per aver perso l’opportunità; a non minimizzare le parole degli altri, per quanto semplici potessero essere; ad evitare qualsiasi indiscrezione ed a ritirasrsi senza esserne richiesto, se avesse avvertito che una conversazione fosse stata di carattere privato; a serbare i propri segreti e quelli di altri; a non interrompere, anzi ad attendere fino a che un discorso venisse completato; ad evitare qualsiasi cosa scortese, sgarbata o brusca nei pensieri, parole ed azioni; a non contaddire i più anziani, anche se avesse pensato che quanto veniva detto non fosse vero, perché, gli venne detto, che non sono solo le parole che contano, ma anche il tempo e le condizioni che determinano la necessità di dire certe cose, che, anche se non vere da un punto di vista, potrebbero esserlo da un altro. E gli fu insegnato a non parlare mai in modo da vantarsi né con presunzione.

         Per Inayat, con il suo innato  amore per la bellezza, l’attrazione per la bellezza dei modi era così forte che non trovò mai difficile adeguarsi ai principi insegnatigli da suo padre. Ma tutto ciò gli svelò la ragione per cui alcune persone gli piacevano, mentre non gliene piacevano delle altre. Inayat ricordava sempre un detto:Ba adab ba nasib; be adab be nasib,” che significa:” Buone maniere, buona fortuna; cattive maniere, cattiva fortuna.”

         Il padre di Inayat gli insegnò a cedere il posto migliore ad una persona più anziana. A non rimbeccare le persone a parole; a non mostrarsi seccato a parole, accigliandosi, o mostrandosi irritato. Gli disse di non chiedere ai suoi genitori ciò che non erano in grado di dargli e di non chiedere in presenza di altri, perché ciò avrebbe potuto causar loro imbarazzo, se non fossero stati in grado di provvedere ciò che egli chiedeva, anche per timore che ciò costituisse per gli altri un suggerimento a procurarglielo, il che sarebbe stato lo stesso un male.

         Gli fu insegnato a non eccitarsi in risate o pianti e ad aver un completo controllo su queste emozioni. Gli fu detto di non esprimere troppo platealmente i suoi affetti, perché l’affetto è nel cuore, non nel toccarsi o abbracciarsi o baciarsi. E gli fu detto di non parlare irrispettosamente della religione, del Profeta e dell’ ideale di Dio, ma di aver sempre l’atteggiamento più rispettoso verso tutto ciò che è sacro e santo.

         Il padre di Inayat credeva nell’influenza della presenza dei Majzub,Yogi e saggi ed aveva l’abitudine di portarlo da loro per ricevere le loro benedizioni.

        

        

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