
CONFERENZA
di Shaikh ul Mashaikh Mahmood Khan dall'Incontro 2000
Shaikh ul Mashaikh Mahmood Khan: Ieri abbiamo ascoltato un discorso meraviglioso riguardo agli insegnamenti di Hazrat Inayat Khan sul respiro nel quale, Murshid Karimbakhsh, ha delucidato tanto la struttura che la sostanza della filosofia di quegli insegnamenti al riguardo, sottolineando una volta in più quanto sia essenziale la tematica del respiro nell'addestramento mistico.
Poiché tutto questo lavoro è stato fatto, oggi mi rimane solo di parlarvi di alcune affermazioni di Pir-O-Murshid tratte dai suoi testi, nel pieno contesto strutturale che avete sentito ieri, che io trovo molto illuminanti e che ho voluto confrontare con gli studi di alcuni orientalisti che però, solo in parte, confermano l'importanza delle convinzioni di Murshid.
Tra il punto di vista di questi orientalisti e quello di Pir-O-Murshid c'è una differenza interessante che ho trovato consultando due delle principali autorità in questo settore cioè la famosa Anne Marie Schimmel, autorità di spicco nel Sufismo, e Camminghan, un inglese che ha fatto un'analisi molto profonda del Sufismo e del modo in cui opera nell'Ordine Sufi. Devo dire che il Sufismo è stato un tema molto popolare negli studi orientalistici per tanti anni perciò c'è una letteratura estremamente ricca anche se non sempre di pari profitto, nella misura in cui questo tema, non solo in America, è quasi diventato più una moda e, appena le cose diventano una moda, sorgono numerose pubblicazioni e tutte dichiarano di occuparsi di questa tematica. Queste pubblicazioni, si cominciano a leggere con interesse ma poi si finisce molto presto di leggerle e, quando si arriva alla fine, ci si chiede quale significato abbiano.
Quindi, quando si legge questa letteratura, è meglio attenersi alle autorità principali.
C'è un modo molto interessante in cui A.M. Schimmel presenta le sue idee sull'addestramento al respiro nel Sufismo, infatti, come prima cosa, sottolinea un punto molto interessante e significativo, dicendo: " Chiunque abbia fatto Zikar in una qualsiasi tradizione, sia che si tratti della preghiera di Gesù del monaco greco o nel Buddismo Hamida, chiunque ha praticato uno qualsiasi di questi tipi di Zikar, sa che la concentrazione senza controllo del respiro è quasi impossibile".
Lo Zikar è, nel contesto degli esercizi mistici, una forma particolare di quello che è appena conosciuto con il nome indiano di Mantra, cioè la ripetizione di una parola o frase al fine di portare la concentrazione verso l'interno così in profondità da raggiungere la coscienza più profonda possibile dell'anima umana, abbandonando gli stadi della coscienza corporea e mentale.
Chiarito in poche parole cosa sia lo Zikar, l'aspetto interessante di quello che dice A.M.Schimmel è il suo sottolineare il modo in cui, in tutte le tradizioni mistiche, e cita il Buddismo, il Cristianesimo ortodosso, è stato usato questo approccio del Mantra, affermando che lo Zikar, nelle sue forme più sviluppate, normalmente è sempre collegato con qualche forma di controllo del respiro. E' qui che trovo una grande divergenza con ciò che dice Murshid. Infatti, A.M.Schimmel cita molte tradizioni, ma non la tradizione del respiro per eccellenza cioè, lo Yoga dell'India, ed è veramente un'omissione molto strana. Ma questa è una tendenza, che ho notato nella letteratura più recente, cioè il mettere in sordina il contributo Indù indiano perché potrebbe offendere certi medio-orientalisti o Pakistani, che potrebbero non essere disposti ad ammettere questo nesso tra l'India e l'Oriente in genere. Un contrasto più grande rispetto agli insegnamenti di Murshid Hazrat Inayat Khan sarebbe difficile trovarlo, perché, molto coscientemente, Murshid intendeva parlare del misticismo indiano nella sua interezza. Egli segue la tradizione Sufi nella quale è stato cresciuto ma, presentando il misticismo al mondo occidentale, parte consapevolmente dalla tradizione Indù e così, se oggi troviamo in questo genere di letteratura, tentativi di mettere in sordina o addirittura di seppellire questa interazione delle tradizioni, dobbiamo sempre ricordare che, con Hazrat Inayat Khan, è stato l'opposto e che egli ha sempre parlato della tradizione indiana nel suo insieme. Tutto ciò si trova ben spiegato nel libro di Murshid Karimbakhsh " Il Sufismo universale".
Essendo in Europa, noi abbiamo una visione del mondo vista dal punto di vista europeo e, a volte, questo è stato condannato come eurocentricità ma è perfettamente naturale che si cominci a prendere l'orientamento del mondo in genere, partendo dalla propria cultura, da dove noi ci troviamo, non si può fare altrimenti. Nello stesso modo, cioè come da noi c'è una visione del mondo eurocentrica, ci sono altre visioni del mondo che partono da altre zone e che cominciano a leggere gli eventi partendo dal loro proprio punto di vista. Questo è stato giudicato da molti storici come una restrizione del punto di vista mentre io credo che sia una cosa perfettamente naturale.
Un esempio storico di ciò, se posso permettermi una divagazione, è la storia delle crociate in Palestina tra l'XI e il XII secolo e che affonda le sue radici soprattutto nella storia europea.Viste invece con l'occhio dei centri culturali dell'Islam di quel tempo che erano politicamente centrati su Baghdad e filosoficamente sull'Asia Centrale (l'attuale Russia meridionale), tutte queste cose che succedevano in Palestina, erano considerate solo noie locali e non furono mai prese sul serio da Baghdad, infatti, la soluzione delle cose fu lasciata ai capi locali, a Saladino che praticamente era solo un capo tribù locale.Quindi i punti di vista erano due: da un lato quello europeo, dall'altro quello di Baghdad e le cose vennero interpretate e vissute in modo diverso perché diverso era il punto di vista da cui le si guardava.
Dunque, qual era la visione del mondo vista dall'India?
In India, intorno al 1900, in quel di Baroda soprattutto, c'era un grande sviluppo della musica e anche piena coscienza di un fenomeno unico nel suo genere cioè che due grandi civilizzazioni, avevano convissuto per qualcosa come mille anni in un'armonia molto fertile, con uno scambio che lasciava pur sempre ad ognuno il proprio spazio di identità.
Queste due civiltà erano da un lato l'Induismo indiano che è un fenomeno già complesso di per sé, dall'altro la tradizione Islamica che aveva acquisito una caratteristica specificatamente indiana tramite l'opera dell'impero Mongolo.
Queste due civilizzazioni, non solo hanno convissuto, ma alla fine hanno formato l'identità nazionale indiana. Esse, non erano solo culture e strutture religiose, ma avevano una superstruttura di consapevolezza spirituale dove entrambe queste tradizioni si incontravano e si erano incontrate per secoli. Non ho bisogno di dirvi che alla base della loro identità religiosa vi era una grande distinzione tra le due, infatti, l'Islam è fortemente monoteista mentre l'Induismo è riccamente politeista. Ma, quando si va all'interno della loro spiritualità, della loro filosofia e soprattutto del loro misticismo, si ritrova sempre e sempre ancora un senso del non essere diversi, del non essere distinti e sicuramente del non essere antagonisti ma anzi, a livello spirituale, un senso di unità sia di consapevolezza che di esperienza e grazie a Dio fino ad oggi, quando a causa delle correnti politiche moderne quell'unita si è separata in diverse correnti ideologiche, pur sempre nella popolazione si trova invece, lo stesso spirito. Infatti, se si va al Santuario di un santo Sufi, si trova gente di ogni comunità che porta omaggio e chiede benedizioni, e non solo gente che vive in contesti dove la tradizione si è mantenuta di più ma anche la gente che vive nelle città moderne una vita moderna ma che comunque segue le tradizioni di riverenza e rispetto reciproci per i grandi leader spirituali sia mussulmani che indù.
Ora, questa congiunzione degli intenti di civilizzazione in india intorno al 1900, rappresenta l'unione della spiritualità del mondo intero che si unisce in India in queste due correnti. Perché? Perché tramite la tradizione islamica la gente si sentiva molto legata a quello che chiamano l'occidente cioè alla tradizione del cristianesimo, del giudaismo, dello Zoroastrismo, correnti occidentali che erano attive anche in India; inoltre c'era la consapevolezza, almeno tra le classi colte, che queste tre tradizioni occidentali erano state nutrite a loro volta dalle vecchie tradizioni mediterranee cioè dall'Egitto (che ha giocato un grande ruolo nel Sufismo) e dalla Grecia (con gli influssi platonici e neoplatonici sul Sufismo). In poche parole sentivano che, questa grande corrente delle civilizzazioni occidentali, si trovava rappresentata in questa corrente delle tradizioni Indù. D'altra parte, la tradizione Indù, aveva da sempre considerato il Buddismo come facente parte di essa e storicamente questo è assolutamente giusto perché il buddismo era una fase dello sviluppo dell'Induismo che già era andato diffondendosi in estremo oriente cioè in Cina, Giappone e così via.
Tramite questo Buddismo, la tradizione indù, sentiva che era anche da vicino collegata a queste tradizioni mediorientali e così, se gli Indù guardavano alla loro tradizione del Dharma e il sistema delle caste, potevano accettare bene il nesso col confucianesimo cinese, se osservavano la dimensione spirituale della rinuncia ascetica (e ovviamente la rinuncia al mondo implica l'abbandono del sistema delle caste), potevano sentirsi collegati al taoismo.
In altre parole, in questa tradizione indiana si sente da una parte che tutta la tradizione spirituale orientale viveva nella corrente Indù, e tutta la tradizione spirituale occidentale, in quella islamica. Quindi, l'intera generazione di quell'epoca sentì che la nuova civilizzazione occidentale che stava sorgendo portava valori di modernizzazione al paese e alla cultura ma che, la sua tradizione spirituale che si riteneva mancasse, era una visione spirituale moderna della spiritualità orientale che avrebbe dovuto svilupparsi partendo dall'India verso il mondo occidentale.
Questo era anche il punto di partenza di Hazrat Inayat Khan che in bellissimi poemi ha espresso questo senso di unità tra le tradizioni spirituali del Sufismo classico dell'India e il Sufismo da cui lui avrebbe poi sviluppato il suo Sufismo universale e la tradizione Indù che tramite un certo numero di altre grandi figure stava a sua volta modernizzandosi.
La parte interessante, contrariamente a quanto diceva la professoressa Schimmel sull'interazione tra Sufismo e misticismo Indù, è che tale interazione è data da molto, molto tempo, ma questa è una cosa che lei ammette a malapena. Nell'XI secolo visse un famosissimo studioso persiano che ha descritto la civilizzazione e la cultura Indù in un libro divenuto poi famoso. Era uno studioso molto profondo e quando dico ciò, chiedo scusa, ma non riesco mai a trattenermi dal far notare che quello era il secolo in cui in Europa ci furono i grandi scismi, dove ognuno usciva dal seminato per condannare gli altri e propagare il proprio punto di vista, nel modo più intollerante possibile e con la fierezza di esserlo. Questo studioso persiano invece, studiò l'Induismo per puro interesse partendo dal punto di vista islamico quale era il suo e cercando di presentarlo nel modo più chiaro possibile in opere in persiano che poi vennero ben presto tradotte in arabo e intraprese anche una traduzione dal sanscrito, aiutato in ciò da alcuni studiosi Bramini, del " YOGA SUTRA" di Patanjali ed è perciò da allora che quelle opere erano già note nella cerchia dei mistici dove questi insegnamenti venivano non solo accettati ma anche studiati.
Insieme a questa traduzione di Patanjali, ci fu tutta un'altra serie di traduzioni tra cui un'opera famosissima che si chiama "AMRITA KUNDA" tradotta come "IL LAGO DELLA VITA" e tutte queste opere si riferivano alla tematica del respiro. In altre parole, la tradizione Yoga continua come parte della tradizione Sufi, non solo nei paesi orientali ma anche giungendo al medioriente. Ciò significa che tutta questa tradizione del respiro e del controllo del respiro è un'estensione dello sviluppo spirituale il quale ha una tradizione molto antica nell'incontro tra il misticismo Indù e quello Islamico. E, anche nel Sufismo classico, questo sviluppo continua fino al XIX secolo e porta i Sufi fuori dal medioriente includendo nelle sue pratiche meditative le pratiche yoga.
Questo sulla tradizione dello yoga.
Ma c'è un'altra grande tradizione nel famoso insegnamento delle "UPANISAD" dove si parla dell'identità dell'anima umana e dell'essere divino ultimo cioè tra Atman e Brahman. Questo senso dell'identità dell'essere lo troviamo già in Bistami, un Sufi molto precedente e famoso che a proposito del respiro dice: "è come una scala che porta dal gradino più basso a quello più alto dello sviluppo spirituale".
In un punto Hazrat Inayat Khan dice del respiro: " è la vita stessa" e ciò traduce il tipico concetto yogico di Prana, il Pranayama che significa scienza del respiro, dove, il concetto di vita è unito al concetto di respiro. Inoltre Murshid combina esercizi tipici Sufi da una parte con esercizi di respiro Indù, sempre però combinandoli tra loro e descrive sette diversi livelli di esercizi Sufi tra cui, due dei più avanzati, sono molto caratteristici della tradizione yogica.
Ieri Murshid Karimbakhsh ha parlato di ciò che Hazrat Inayat Khan diceva a proposito del respiro purificatorio ricordandoci gli esercizi che vengono dati agli iniziati e tra questi, i primi che vengono assegnati, che sono molto semplici ma importantissimi. E, come dice Murshid, la concentrazione è sul fatto che si sta inspirando la vita dallo spazio e che quando si espira si irradia la stessa cosa. Questa concentrazione è meravigliosa ma si deve sempre ricordare che queste cose si devono fare sotto il controllo di qualcuno che può insegnarci e starci vicino, perché, nulla va storto così facilmente o semplicemente rimane inefficace, come il cercare di sperimentare con queste cose da soli. Bisogna sempre avere qualcuno che ha esperienza con cui potersi confrontare se si vuole fare queste cose con efficacia.
Ci sono un certo numero di esercizi diversi nell'addestramento Sufi, uno si chiama Zikar e Murshid ne parla in tante delle sue opere. Lo Zikar può essere definito, in poche parole, come un Mantra collegato al respiro e qui l'idea è che, tramite il controllo sul respiro, la concentrazione sul tema della meditazione rimane ferma ma senza tuttavia diventare meccanica, cioè deve rimanere evidente ma nel contempo stabile ed è proprio per arrivare a ciò, il che non è così facile, che c'è questa combinazione col respiro che è già stato addestrato in diversi modi con gli esercizi.
La cosa interessante è che, nella prima opera sulla libertà spirituale, Hazrat Inayat Khan definisce questo Zikar come Mantra sul respiro una "purificazione mentale". Ora, nelle sue opere successive, molti anni dopo, in alcune sue letture di importanza centrale nel suo grande insegnamento e nel libro intitolato proprio "La purificazione della mente", si ritrova questa espressione importantissima, forse l'insegnamento centrale nel pensiero di Murshid. E perché questa grande enfasi sulla purificazione mentale? Pir-O-Murshid va così lontano che, nei suoi primissimi giorni a Londra, durante la prima guerra mondiale, egli organizzava per la prima volta un Ordine Sufi, facendolo con mezza convinzione perché non amava le organizzazioni, le cose istituzionalizzate ma, si era reso conto che in Europa, non era possibile lavorare senza avere una struttura organizzativa. Una volta messo in piedi questo ordine però, lo definì sempre "Ordine della purezza".
Perché questa enfasi sulla purezza?
Tutti noi sappiamo dalle nostre tradizioni europee che, quando ci occupiamo di misticismo, siamo spesso tentati di pensare che dobbiamo scoprire qualcosa di nuovo e che per fare ciò dobbiamo quasi rincorrere qualcosa o cercare di conquistarlo e che, nello stesso modo in cui si fa carriera nel mondo, si farebbe carriera nel cammino spirituale.
Nella tradizione mistica indiana sia Indù che Sufi, (e per inciso in modo molto, contrario al tradizionalismo islamico ortodosso mediorientale) si cerca invece di scoprire qualcosa che è già lì e per capire meglio possiamo riferirci ai concetti di Atman e Brahman o, per l'occidente, al concetto di "scintilla divina" già presente nell'essenza dell'esistenza umana di cui parla Maestro Eckhart. Quindi è la scoperta di quell'essenza che è centrale a tutti i sistemi mistici orientali in altre parole è come dire: mi devo purificare da tutto ciò che ricopre quell'elemento essenziale divino che è nella profondità dell'anima umana, devo muovere la mia coscienza, il mio senso dell'identità, dall'attenzione all'esistenza fisica, poi cercare di trascendere la coscienza della mente, perché sono il corpo e la mente che tendono a costituire la nostra coscienza, il nostro essere coscienti. Ma come direbbe Hazrat Inayat Khan: dalla mente, che sono pensieri ed emozioni, tuffati nella profondità della mente che è il cuore dove vive il senso di bellezza, d'amore, il senso di una realtà ultima al di là della realtà mentale. E perciò, al di là anche di quel livello del cuore e della mente, troviamo l'anima: questo è il viaggio di scoperta che va dal corpo alla mente, al cuore, all'anima e questo viaggio è il metodo essenziale dell'addestramento mistico e della disciplina per poter trovare il compimento della consapevolezza divina che è poi la consapevolezza dell'anima stessa. Questo processo che è stato ora descritto, è l'affiorare alla coscienza dell'identità, il chi sono veramente, il permettersi di andare ancora oltre fino a scoprire l'anima e l'identità ultima dell'anima umana collegata a quella del divino, oltre l'idea esteriore di ciascuno di noi, l'io empirico, l'ego, che nel linguaggio Sufi viene chiamato NAFS. La cosa interessante è che Murshid definisce il respiro: "la corrente che entra e che esce e mette in azione l'aria, che è un FENOMENO del respiro NON è il respiro in sé" ma poi, quel concetto di NAFS che vuol dire il Sé, deriva dal concetto di ego e Murshid fa un bel gioco di parole sul fatto che Nafs è l'io e Nafas è il respiro e perciò in uno dei suoi scritti dice che si può dire che il respiro è l'anima e che l'anima è il respiro. Anche questo è un punto essenziale nel suo insegnamento cioè che l'identità umana è interamente legata a ciò che lui chiama il respiro.
Ma in questo senso cos'è allora il respiro?
Murshid da alcune spiegazioni nel "Roseto d'oriente" dove dice: " il respiro non scorre solo attraverso il corpo ma anche attraverso tutti i livelli dell'esistenza umana……il respiro tiene collegati la loro mente e corpo e permette alla mente di funzionare"
Questo concetto del respiro è collegato a quello di corrente e lui lo paragona alla corrente elettrica e nello stesso tempo lo mette in relazione col concetto di affinità cioè quella che c'è tra gli alberi nelle foreste, tra i minerali nelle miniere, una forza che unisce quegli elementi, una corrente che unisce e fa andare avanti l'intero universo, quindi non solo l'essere umano ma la vita tutta intera: è questo il vero respiro. Murshid continua facendo l'esempio di un albero che ha molti rami in molte direzioni diverse, coi suoi fiori e frutti, ma tutto deriva da una corrente centrale che viene dalle radici e dal tronco e dice: " La stessa corrente di vita scorre attraverso tutto, una corrente che passa attraverso di noi, una sorgente di potenza, di energia, di forza". Questo concetto di ritmo o di corrente esenziale, lo troviamo anche da un'angolatura completamente diversa quando Murshid parla di vibrazione, che per lui come musicista era un concetto molto essenziale, soprattutto nelle primissime opere dove troviamo la combinazione tra musica e misticismo e la relazione tra tono e ritmo elementi tutti importantissimi nel suo insegnamento. E proprio nella sua opera "Il misticismo del suono" troviamo queste parole assai note già all'inizio del primo capitolo: "La vita assoluta da cui è scaturito tutto ciò che viene visto, sentito e percepito e a cui tutto ritornerà col passare del tempo, è una vita silenziosa, senza movimento ed eterna che i Sufi chiamano ZAT. Ogni movimento che sgorga da questa vita silenziosa è una vibrazione, creatrice di vibrazione…..è il grado di attività di questa vibrazione che determina i vari piani dell'esistenza: Questi piani vengono immaginati come diversi l'uno dall'altro ma, in effetti, non possono essere completamente separati e isolati fra di loro…..la creazione diventa un'attività della coscienza che può essere chiamata vibrazione".
Ora questo concetto di vibrazione di Murshid è direttamente collegato al concetto di ritmo: appena c'è una vibrazione c'è un ritmo, c'è quel movimento che Murshid chiama di espansione e contrazione, lì c'è il principio che in altri contesti viene chiamato respiro. E' il movimento costante che crea vita e che a sua volta porta l'essere umano a un processo di addestramento per diventare consapevole della sua anima e per avere una qualche esperienza della luce divina.
DOMANDE
__Domanda: Ieri mi è sembrato di aver capito che la voce come risultato dell'attività del respiro possa essere utilizzata e ascoltata per scoprire la nostra vera essenza e quindi capire sempre di più le relazioni esistenti tra corpo, mente e anima. E' possibile utilizzare questi profondi suggerimenti per applicarli praticamente nell'attività dello Zirat, cioè nell'arte di sviluppare la nostra personalità?
R. Murshida Ratan: __ Grazie mille per il bellissimo modo in cui hai interpretato ciò che ho detto. E' ascoltando la nostra voce che diventiamo consapevoli del fatto che possa essere diversa e, non appena diventiamo consapevoli che possiamo modulare la voce, nel Sufismo, cerchiamo di ascoltare dietro il suono che abbiamo appena prodotto e se ascoltiamo poi dietro il risultato immediato, è la ricerca del trovare quello che sta dietro. E' tramite l'atteggiamento di ricerca oltre e nel dietro che arriviamo all'oltre, al dietro e quindi, quando ascoltiamo la nostra voce e l'ascoltiamo con un significato più profondo di quello che stiamo esprimendo, allora possiamo sapere che la voce è uno strumento bellissimo per diventare consapevoli e realizzare come arriviamo a quello che le sta dietro. Questa mattina abbiamo sentito da Shaikh ul Mashaikh Mahmood Khan che la consapevolezza di ciò che sta dietro il suono è una cosa che naturalmente è espressione tramite la parola, la voce, ci porta più vicini alla realizzazione, a ciò che sta oltre e che è nel contempo l'essenza di ciò che siamo nel nostro essere. La nostra voce è il trait d'union con l'essenza.
Murshid Karimbakhsh: __ Forse c'è un altro aspetto che può far parte della risposta: la voce viene dal respiro, il respiro è collegato attraverso il corpo, la mente e l'anima, tramite il respiro arriva ciò di cui siamo coscienti al momento e quindi nella nostra voce, si possono sentire non solo le parole che vengono dette ma anche la sensazione che le sta dietro e questa è una cosa che anche Murshid ha fatto notare: Per esempio a volte, qualcuno vuol dire qualcosa di amichevole ma poi non è così e lo senti nella voce e viceversa. Naturalmente il mistico, che è sintonizzato molto profondamente, lo trasmette anche con il respiro stesso e la parola che procede da quella sintonizzazione profonda potrà essere molto illuminante e potente.
Murshida Ratan: __Quando ascoltiamo delle voci a volte abbiamo la sensazione che qualcosa di molto profondo viene espresso in una voce che non è assolutamente adeguata a quello che dice ed è quella profondità che sentiamo quando ascoltiamo la voce cioè di cui diventiamo coscienti non appena ascoltiamo la voce, anche la nostra voce. Quindi ascoltare la nostra voce ci può insegnare qualcosa in merito alla nostra condizione ambientale, al nostro modo di sentire.
Shaikha Dahnya:__ E' come quando ci si sente felici e si comincia a cantare, a volte quasi senza neppure rendersi conto che si canta, si canta cioè ancor prima di essere coscienti di quella felicità.
Domanda: quindi possiamo usare questo metodo come una sorta di sistema diagnostico per capire come lavorare su noi stessi?
__Si, certo. Hazrat Inayat Khan dice proprio questo in uno dei suoi scritti.
Domanda: L'essenza del respiro è portare dentro di noi l'essenza del divino ma questo portare dentro luce divina accade comunque, anche quando avviene inconsapevolmente, ogni volta che respiriamo?
__ Murshid Karimbakhsh: __Si, fino ad un certo punto si, altrimenti probabilmente non saremmo in grado di vivere ma, quando ne diventiamo consapevoli, penetra molto di più, di modo che tutti questi canali del corpo, il sistema nervoso, i centri spirituali, ne vengono inondati e quindi si può fare molto di più nei termini del lavoro spirituale. E' per questo che Murshid spiega sempre che è importante una vita pura, perché, se questi canali sottili sono ostruiti, il flusso di questa luce divina c'è ma non riesce a passare e quindi non può dare tutto l'aiuto che potrebbe dare se ne diventi cosciente. Lui è sempre lì ma se ne sei consapevole, diventa una forza vitale molto più attiva, molto più viva. Se respiri senza pensarci non lo senti, se invece lo fai coscientemente come nella prassi di purificazione, rendi il respiro sottile e subentra qualcosa di molto prezioso, quella luce divina attraversa il tuo sistema tutto intero e dopo un po' cominci a sentire quella corrente, quasi come una corrente elettrica che ti attraversa e dopo comincia ad operare, perché ci pensi,ti ci concentri, apri i tuoi canali.
Murshida Ratan: __Forse nella tua domanda sento che tu intendi che quando non sei consapevole di ciò che stai facendo ma ti senti in unione con quello che ti circonda, hai in un modo naturale contatto con l'essenza. E' questo che intendi? Quindi senza l'esercizio di respirazione, senza una coscienza totale, che è bellissima e che è necessaria. D'altra parte la conoscenza è semplicemente lì se sappiamo come trovare la chiave, semplicemente non sostenendo una sensazione di separazione con l'ambiente circostante, perché se ci sentiamo separati possiamo fare tutti gli esercizi che vogliamo, leggere tutti i libri e avere tutto l'addestramento (e ce ne sono così tanti oggigiorno!), eppure non sentire ancora l'essenza che passa ovunque ed è perché ci sentiamo ancora separati e di certo la stessa cosa vale per tutti gli esercizi: il sapere perché si fanno è un altro modo per superare quella separazione. Nella tua domanda ho anche percepito che tu vivi naturalmente in buoni sentimenti verso tutto e tutti. Funziona sempre nei due modi.
Domanda: vorrei saperne di più sul magnetismo di cui Murshid parla spesso riguardo alla guarigione. Qual è il legame tra magnetismo e respiro? E ancora: a livello umano abbiamo distinto tra inspirazione ed espirazione ma nel livello divino se l'espirazione è la creazione cos'è l'inspirazione?
Shaikh ul Mashaikh Mahmood Khan __C'è un libro in cui viene detto che l'intera creazione è un solo atto di espirazione e quando avviene l'inspirazione a livello divino equivale a dire che tutta quella creazione viene inspirata e scompare, viene distrutta anche se è più giusto dire che viene assorbita benché dal punto di vista umano questo corrisponda a una distruzione. Quando l'uomo inspira invece porta dentro un po' di quell'energia divina. Murshid dice anche che il respiro divino comprende tutta la creazione e si esprime in tanti piccoli respiri. Murshid parla anche spesso di un processo di espansione e contrazione che può essere anche molto vicino al concetto di ritmo inerente in tutto e questo ci riporta anche al concetto di vibrazione tramite il quale, quello che Murshid chiama la vita silenziosa, porta alla creazione, alla manifestazione. Bisogna sempre rendersi ben conto che quando Murshid parla di vita silenziosa, è silenziosa ma è vita. Molto spesso quando la gente sente questo tipo di espressioni, le interpreta come qualcosa di passivo o di negativo ma non è così, in effetti è vita ma è vita come un fenomeno diverso perché per noi la nostra vita è attivismo, dinamismo. Per formarci un'idea di vita che sia vita quieta, si deve fare uno sforzo di immaginazione e di pensiero concentrato e serve anche un po' di esperienza mistica per essere in grado di concepirla.
Murshid ha un'altra spiegazione riguardo a questa vita silenziosa e dice che è la radianza che tutto pervade, lo stato del divino come radianza che tutto pervade, che è quello che chiama il sole divino che crea la sua manifestazione. Dice Murshid:" la vita vive" e quindi è sempre molto saggio ricordarsi che nel misticismo si passa da una vita più limitata ad una vita più ampia cioè ad una vita che condivide la vita di Dio ma è pur sempre vita. Nei tempi più antichi, quando il misticismo era più strettamente legato agli interessi del mondo religioso, la gente usava termini morali per descrivere stati mistici quando si diceva "devi dimenticare il tuo io empirico per arrivare ad una certa consapevolezza del divino, questo è il falso io, devi distruggere il falso io, ucciderlo, sradicarlo, sollevarti al di sopra delle sfumature e dei colori della diversità, acquisire la limpidezza dell'acqua". Questo venne chiamato NIRVANA in oriente ma nelle lingue europee è stato tradotto come annichilimento, annientamento. Quando si traduce nirvana con annientamento si segue una delle più antiche tradizioni dove si parla di sradicare l'ego ma questi sono termini legati ad una concettualità morale e con essa si sono spiegati concetti metafisici, rendendo inoltre in quei termini la cosa poco attraente: nelle religioni, si era già sentito parlare di inferno, nel misticismo di annichilimento. Perciò sarebbe saggio, prima di tradurre termini orientali, distogliersi dalle terminologie moraliste o religiose,soprattutto quando ci si sta occupando di concetti mistici.
Murshid Karimbakhsh __Per quel che riguarda la seconda domanda, essa coinvolge una tematica molto sottile. Io penso che il magnetismo è vita, può essere vita fisica o mentale, del cuore o spirituale e il suo rapporto col respiro è che quando il respiro porta vita al corpo è magnetismo fisico, se da energia alla mente è un pensiero che sarà molto lucido, quando il respiro raggiunge il cuore, la profondità della mente, i sentimenti, allora la vita acquisisce quel magnetismo e, per finire, quando raggiunge l'anima, quando il respiro è sempre coscientemente collegato all'anima, allora si ha un magnetismo che irradia chiaro, splendente e puro. Su questo argomento del magnetismo ci sono molti capitoli nel libro " Filosofia, psicologia e magnetismo" di Hazrat Inayat Khan e anche nel suo libro "La purificazione della mente " .
Murshida Ratan __Hai chiesto anche se c'è un nesso tra il magnetismo e il guarire. Respirare ha tutte le connessioni con l'healing, perché qualsiasi sia la parte di coscienza che il respiro raggiunge, mente, cuore, anima, il respiro guaritore è quello che è collegato al sentimento del cuore, è il sentimento radice del cuore che promuove la guarigione. Quando hai un sentimento di simpatia nei confronti del paziente, automaticamente il prana nel respiro, la corrente divina, da lì va al paziente. Quindi se desideri una guarigione e irradi magnetismo guaritore verso il paziente,egli può guarire gran parte della sua malattia e la parte che viene curata per prima è la sua sensazione di essere malato. Quello lo puoi trasmettere con la simpatia e con la potenza del respiro ma il magnetismo guaritore deve sempre passare attraverso il sentimento trasmesso tramite il cuore, attraverso il respiro. Possiamo fare tantissimi esercizi che seguono altrettanti metodi validi di guarigione ma che Hazrat Inayat Khan dice che se c'è vera simpatia, uno sguardo gentile nei tuoi occhi e un buon sentimento, queste cose sono sufficienti per liberare quella persona dall'idea di essere ammalata e questo è già metà del lavoro fatto. Perché restiamo ammalati? Perché ci aggrappiamo alla malattia ma non appena abbiamo la sensazione e il pensiero di stare meglio e ci atteniamo a quella fede di essere guariti, di essere curati, se questo pensiero viene sostenuto dal guaritore, la guarigione accade, quello è il guarire. Quindi il respiro in collegamento con la guarigione è molto importante e il magnetismo nel respiro è il prana. Magnetismo è un'altra parola per dire vitalità.
Shaikh ul Mashaikh Mahmood Khan _Si potrebbe aggiungere che il processo di guarigione dà alla persona molto magnetismo, soprattutto alla persona che apre il cuore e dona simpatia e quindi dimentica se stessa e proietta la sua energia sull'altro e dimenticare se stessi purifica e dà magnetismo. All'opposto, una persona con grande magnetismo può essere un guaritore di grande successo e guarendo sviluppa magnetismo e più si utilizza magnetismo più si sviluppano le facoltà guaritrici. Il grande Murshid Alì Khan era un guaritore magnifico, di grande successo, ed era una persona di enorme magnetismo, ed è stato la dimostrazione vivente sia del magnetismo che del potere del magnetismo stesso, ma anche, della potenza del respiro puro.
Shaikha Dahnya: _Anche Murshid spiega che è il magnetismo che fa sì che l'anima rimanga nel corpo e se il magnetismo si indebolisce arriva la morte del corpo e il respiro smette. Questo è un esempio chiaro del collegamento tra respiro e magnetismo.
Garuda:_ Quando uno pensa al magnetismo e al respiro gli sembrano due forze diverse ma in realtà non sono diverse. Più magnetismo corrisponde a più prana, il magnetismo è per così dire la quantità di prana cioè più puro è il respiro più grande è il magnetismo.
Murshid Karimbakhsh _Inoltre il magnetismo puoi a volte averlo e poi non averlo più e devi riacquisirlo. Infatti è un potere in sé ma è qualcosa che viene ricevuto e che puoi spendere e perciò ci deve sempre essere un equilibrio tra ciò che spendi e ciò che ricevi, e se ne deve avere sempre abbastanza per spenderlo. Infatti la caratteristica di un grande guaritore è avere a disposizione tanto magnetismo da poter spendere per guarire. Il grande guaritore è anche cosciente, sempre, che il potere di guarire è di Dio e rendendosi conto che sta donando il potere guaritore divino ne può donare quanto ne serve senza intaccare il suo proprio potere, ammesso che ci sia differenza tra potere proprio e potere di Dio!
Shaikha Dahnya: _E' come nel simbolo della luna crescente: quando si continua a dare e ci si svuota donando, noi non siamo più pieni di noi stessi e possiamo perciò meglio ricevere la luce di Dio. Più si da, più si pensa agli altri, meno si è concentrati su se stessi, più si diventa strumento della luce divina, perché se non si è pieni di sé si può fare posto a Dio. Rumi ha detto" nel cuore dell'uomo c'è posto solo per uno: o io o Dio. E' così bello!
Domanda: volevo fare una domanda sul dono e sulla conquista cioè in merito ai doni che tutti noi possiamo avere, vorrei capire qual è il punto di vista Sufi sulla difficoltà della conquista di qualcosa o sulla facilità per qualcuno di averlo già come dono e siccome questo ha a che fare col destino e col libero arbitrio anche riguardo a ciò vorrei sapere cosa pensa il Sufismo del Karma.
Murshid Karimbakhsh :__Penso che Murshid abbia una visione abbastanza equilibrata, tutti gli esseri umani sono molto diversi l'uno dall'altro, ce ne sono alcuni che hanno più qualità e talenti di altri, alcuni hanno anche uno scopo preciso che vogliono compiere nella loro vita e nascono perciò in una certa situazione, e questo si può considerare come destino, in quella situazione hanno certe possibilità e una certa direzione. Ma poi, in quella situazione, lo scopo può essere gestito in modi diversi e il libero arbitrio è quello che si finirà per fare, data una certa situazione. Quello è il libero arbitrio che in realtà è la volontà divina che opera tramite te per raggiungere quell'ideale di armonia e bellezza in quella data situazione e lavorando in quella situazione può cambiare, quindi non è una cosa già data, è un punto di partenza dal quale si evolve secondo il libero arbitrio.
Shaikha Dahnya: _E' come un pittore che comincia un dipinto, fa uno schizzo e arriva fino a d un certo punto: noi possiamo tenere questo schizzo o possiamo anche usare tutte le nostre capacità ed energie per farne un dipinto molto bello, questo è il nostro libero arbitrio, tenere questo schizzo oppure svilupparlo per farlo diventare qualcosa di bello.
Shaikh ul Mashaikh Mahmood Khan: _Si potrebbe anche dire che la tendenza generale espressa da Murshid Inayat Khan è che, da un lato ammette un certo condizionamento e karma, dall'altro però non gli piace perché per Lui l'anima umana è sovrana sul suo proprio essere, ma è una sovranità che deve ancora scoprire e in quella coscienza divina, in quel sintonizzarsi con l'anima, Hazrat Inayat Khan tende a vedere che qualsiasi cosa quell'anima desideri potrà realizzarla.
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