ESSERE E DIVENIRE
di Fazal Inayat Khan

 

 

 

 

Possiamo guardarci intorno in una stanza piena di strumenti musicali e vedere che ciascuno di essi è come una persona: alcuni sono molto rudimentali e semplici, altri sono molto complessi ed elaborati, eppure sono tutti diversi. Tutti questi strumenti sono inutili, stanno solamente lì appesi, non hanno uno scopo, la loro esistenza è solo nel potenziale. Il vero senso relativo della loro esistenza si risveglia solamente quando qualcuno li suona; però quando li si suona essi soffrono, provano dolore. Ogni qualvolta una corda viene tesa, è uno stress. La musica è il grido dell’anima, il grido dell’individuo: “Non farmi male. Mi hai svegliato”.


Così nella vita delle persone – noi siamo tutti strumenti e desideriamo tutti ardentemente che qualcuno ci suoni ma tuttavia non vogliamo provare dolore, e questi sembrano essere desideri che si escludono l'un l’altro. E’ soltanto tramite l’armonizzazione di quest’esclusione che si può arrivare all’accettazione della vita, non in base ad un’infinità di dogmi, ma sulla base di una formula pragmatica, una rassegnazione pragmatica al fatto che le cose sono come dovrebbero essere, e che il dolore esiste come il più grande piacere, per dare significato all’insignificante, per dare uno scopo all’entropia, per dare ravvivamento alla morte dell’esistenza.


Ciò che accade è che l’umanità, ogni singolo individuo, vede se stesso come il centro dell’universo. Avete tutti visto delle fotografie scattate usando un obiettivo grandangolare, in cui, poiché la lente è convessa, tutte le linee si curvano verso il centro, e in un certo senso, la nostra visione della realtà, della vita, è molto incentrata su noi stessi. Interpretando ogni cosa attraverso il nostro interesse, dolore, piacere, valutiamo gran parte delle cose in base a questa correlazione, per aggiungere valore alla nostra mancanza di valore.
Non vi è nessuno, leggendo questo, nemmeno nessun altro nel mondo, che in cuor suo non ammetta l’effettiva mancanza di valore nel singolo individuo. Sappiamo tutti che anche se la terra intera dovesse esplodere, sostanzialmente farebbe poca differenza per l’universo. Andiamo tutti a tentoni per essere importanti, per aver valore, e tuttavia la vita viene e va; ogni volta al momento tutto sembra così incredibilmente importante solo perché non è importante. E’ con il nostro bisogno di essere importanti, di avere un valore, che interpretiamo il valore d’ogni cosa che passa attraverso la nostra intelligenza – non vogliamo vedere questa vacuità, questa mancanza di valore, questa insignificanza, vogliamo chiuderci a questo.


Il Sufismo non è una dottrina. Se qualcuno affermasse che il Sufismo insegna questo o quello, per me sarebbe come se avesse guardato all’interno di una casa attraverso una finestra e da quell’occhiata avesse deciso come è fatta la casa. In un certo modo ciò è vero, forse parlando intuitivamente si può fare, e tuttavia non è vero; non sappiamo cosa vi sia in quella casa.
Il Sufismo non è una dottrina, è un approccio, un approccio alla vita che porta prima di tutto distacco, relativismo, prospettiva. Liberatevi da questo smodato peso della realtà che schiaccia la vostra testa giù; la realtà non è che un simbolo. E’ un approccio alla vita che aiuta a vedere che non vi è significato nella vita al difuori del vivere.


Lo scopo di tutto questo esercizio nella vita si trova nello sviluppare il potenziale di cui uno dispone. E’ come una descrizione di una direzione. Se vi è movimento in una particolare direzione, si può dire che il movimento ha una direzione, e lo scopo del movimento sta nel suo espandersi in tale direzione. Non appena cessa il movimento, cessa la direzionalità e non vi è più vita.
Quindi la realtà non è quella che è, ma quella che sta per divenire, e noi come individui non siamo ciò che siamo ma ciò che potremmo essere.

In tutto questo che, ammettiamolo, ci dà una certa pace e qualche libertà, ci alleggerisce, nell’esercizio quotidiano di tentare di accettare le cose che non vogliamo accettare, una domanda deve presentarsi ad ogni mente, ed è la domanda basilare: “perché?” Perché alcuni fiori sono gialli? Perché esiste la sofferenza? Perché il dolore è il più grande piacere? Perché cerchiamo un significato? Perché abbiamo paura? Perché c’è un universo? Perché esiste un “perché”? Perché ci meravigliamo? Perché sono? Perché vi sono mode e culture? Perché esiste l’illusione? Perché siamo venuti al mondo senza sapere ciò che vogliamo sapere? Cos`è che ha dato inizio a questo gioco? Perché esiste questo viaggio? Una risposta molto facile potrebbe essere: “Perché Dio ha stabilito così”. In una parte della Bibbia è scritto: “Io, il Signore tuo Dio, sono un dio geloso”, ma perché Dio è geloso? Perché Dio l’ ha fatto così? Perché Dio esiste?
Penso che sareste delusi se si potesse dare una risposta a questo “perché”. Qualsiasi risposta ad esso sarà temporanea, una risposta che la nostra mente può afferrare, nell’ambito del nostro sistema di valori, della nostra cultura, del nostro punto di vista e di quello che siamo disposti ad accettare. Francamente c’ è una specie di risposta al “perché”, una risposta parziale che il Sufismo fornisce, e cioè che le cose sono perché tu le vedi in tal modo.


Lungi da me suggerire che le cose sono nel modo in cui sono perché Dio le ha fatte così, ma se qualcuno accettasse l’esistenza di Dio e accettasse che Dio ha fatto le cose nel modo in cui sono perché piaceva a Lui, allora questo è il modo in cui lui vedrebbe la cosa, questa sarebbe la risposta al “perché”.
Perché c’è la sofferenza? Forse perché noi la vediamo. Perché le cose non vanno lisce, non vanno bene? Perché non tutti vivono felicemente? Perché c’è vita? Perché c’è morte? Innanzitutto perché questo è il modo in cui noi li vediamo.
Non solo la realtà è un simbolo, ma sembra che nelle nostre menti creative noi giochiamo in continuazione con questi simboli. I simboli non hanno una qualità separata di realtà a meno che nella nostra consapevolezza giochiamo con essi, e proprio per il fatto che hanno bisogno di questa qualità di realtà, creano nella loro ripetizione simbolica, il bisogno di essere usati come gioco.
Ogni donna ed ogni uomo, nella propria coscienza, gioca in continuazione, trastullandosi con i simboli, osservandoli e misurandoli in determinate sequenze. Perciò le cose sono come sono, perché noi le osserviamo in tal modo.


E’ estremamente difficile ammettere ciò a se stessi. E’ estremamente difficile arrivare ad un tale punto di libertà di funzionamento nella nostra intelligenza e nella nostra consapevolezza – da vedere in modo pragmatico che questo è un tappetino, questa è una sedia, questo è cibo, questo è doloroso, questo è bene, questo non è tanto buono, questo è ciò che mi piace, questo è ciò che non mi piace, questo è ciò che desidero – funzionando in quella struttura e allo stesso tempo rendendosi conto, ed è forse il primo inizio di illuminazione, ( qualunque cosa ciò significhi), che tutte queste cose, questa struttura pragmatica della nostra consapevolezza, sono principalmente create da noi stessi.
Siamo noi che infiliamo insieme i principi, i principi simbolici in una collana di apparente realtà che ci appendiamo al collo, e dopo camminiamo per sempre schiavi di quella specie di amuleto. Ma improvvisamente – e ciò avviene sempre in un lampo, e succede un giorno o l’altro ad ognuno nella sua vita, specialmente quando siamo impantanati da un problema che non possiamo risolvere – improvvisamente arriviamo al punto in cui togliamo questa collana e ci rendiamo conto: siamo liberi, liberi di muoverci, di vivere, di andar avanti, di vedere le cose in un modo diverso.


La causalità, che in verità non può essere spiegata a livello planetario, consiste di due parti: noi stessi, e il nostro tentativo di vedere relativamente le cose nel modo in cui le vediamo ancora; e le cose stesse, che noi dovremmo tentare di vedere sapendo che sono ciò che sono perché siamo noi a vederle in quel modo.
E’ interessante vedere come schemi di comportamento e sistemi di valori completamente inconsci vengono trasmessi attraverso i genitori, attraverso la società, attraverso le scuole, attraverso il sistema in cui viviamo, attraverso le nostre stesse paure. Ben pochi di noi sono veramente liberi, forse nessuno. Immaginate come sarebbe la vita se fossimo liberi di vedere le cose come realmente sono – cosa vedremmo? Penso che vedremmo dei principi simbolici non correlati, la loro relazione acquisita soltanto attraverso il modo in cui la nostra mente li afferra in una sequenza di riferimento.
DNA e RNA, i codici genetici della nostra composizione, sono lunghe catene sequenziali di amminoacidi – complicate strutture molecolari, quella sequenza di molecole, forma lunghe catene di elicoidali, che alla fine diventano un modello, una matrice, e quel modello porta naturalmente con sé la continuità di quella forma, sagoma e struttura particolare. Nello stesso modo, man mano che la nostra intelligenza cresce, ciò che entra nella nostra consapevolezza attraverso l’osservazione, comincia ad essere organizzato in sequenza tramite il modo in cui funziona la nostra mente, tramite i nostri ordini intelligenti e alla fine arriviamo a questo punto: le cose sono come noi le vediamo.


Il Sufismo è dunque un tentativo di portarci al punto in cui abbiamo la libertà, il coraggio di guardare le cose come fa un bambino, senza preconoscenza; di lasciarci raggiungere da qualsiasi nuova realtà di appercezione arrivi, di lasciarla penetrare e sperimentarla appieno e totalmente, senza comprenderla. Perché comprendere significa soltanto classificare qualcosa in base a modelli di pensiero prestabiliti.
E che dire dell’altra parte della causalità? Che dire delle cose stesse che vediamo? Parlando francamente, la questione del perché vi sia un “perché” nelle cose che non possono avere una risposta, o a cui si potrebbe rispondere in modo negativo. Se non ci fosse un “perché”, cosa ci sarebbe da cercare? Cosa ci sarebbe da sviluppare? Quale direzione ci sarebbe in cui viaggiare? Non appena l’uomo smette di desiderare di guardare a quella domanda “perché?”, la vita arriva alla fine. Non appena egli accetti una qualsiasi risposta particolare come se fosse permanente e stabilita, la vera evoluzione di quell’essere arriva alla fine. Non esiste nessuno che abbia la risposta finale per qualunque cosa, e se ci fosse una risposta definitiva, l’intera tensione dell’illusione della realtà, che crea l’apparenza nella quale noi funzioniamo, arriverebbe ad una fine.
Perché esiste l’illusione? Perché esiste un “perché?” Ci sono certe risposte che non sono veramente risposte, ma che possono aiutarci ad avvicinarci all’aspirazione, al desiderio nel cuore di svelarsi. Questo è ciò che il Sufismo chiama lo svelarsi dell’Amato: il dissolversi dell’illusione. Sembra – e ciò va indietro fino ai modelli numerici – che ci debba essere una prima causa originale. A noi sembra che sia così, perché pensiamo così; è possibile che ci fossero due cause prime originarie, ma siamo veramente incapaci di concepirle. Come si potrebbero avere due cause originali? Come si potrebbero avere una forza inarrestabile e un oggetto immobile allo stesso momento? Pensate: come si potrebbero avere una forza inarrestabile e un oggetto immobile insieme in un unico universo? Tuttavia ora avete queste due cose nelle vostre menti, sebbene una, a causa del modo in cui pensiamo, della struttura del nostro modello di pensiero, preclude assolutamente l’esistenza all’altra. Si può avere sia una forza inarrestabile sia un oggetto immobile, ma non si può avere entrambi. Comunque avete pensato a ciò, li avete concepiti. Come potrebbero esistere due cause originali? Non possiamo pensare a ciò, ma nello stesso tempo, o per una ragione emozionale o per una sentimentale, non potremmo veramente concepire che l’intera verità universale, persino se ciò fosse un’illusione, possa esistere senza una causa prima. Deve esservi una causa, deve esservi qualcosa che creò la prima cosa.


Potreste concepire l’esistenza di un lago senza una fonte d’acqua in qualche epoca nel passato o nel presente?
Se guardiamo la base della realtà, sebbene sia un’illusione, arriviamo al vuoto. Cosa causava il vuoto? Perfino il più semplice atomo, come l’idrogeno, consiste principalmente di vuoto, tuttavia in un modo o nell’altro siamo tutti emozionalmente, sentimentalmente attaccati al bisogno di una prima causa: “Ci deve essere qualche intelligenza che ha fatto tutto questo così come è. Non capisco perché ogni cosa è in questo modo, ma qualcosa deve aver fatto ciò per qualche ragione”. Sarebbe incredibile per noi considerare che tutta questa conglomerazione d’illusione esiste per nessuna ragione; ci sentiremmo totalmente alienati dalla nostra vita, dalla nostra intera struttura, dal perché facciamo le cose che facciamo; ogni cosa cade a pezzi come un castello di carte.
Vorresti dire che non c’è una prima causa originale, che le cose ci sono per nessuna ragione, proprio perché ci sono? Ma allora, per quanto non possiamo concepire che non ci sia una prima causa – e ripeto, ciò è principalmente a causa di attaccamenti emozionali e sentimentali – questo è perché dobbiamo iniziare nel nostro approccio, sebbene quell’approccio sia totalmente pragmatico e libero, a pensare a qualche causa prima. Dobbiamo avere la pragmatica volontà di abbandonarla più tardi quando non abbiamo più bisogno di essa. Siamo tutti disponibili ad abbandonare la carta da regalo se non è più utile; siamo disponibili ad usarla se è utile; così dobbiamo essere tutti disponibili ad usare ogni cosa che c’è per essere usata ed abbandonarla non appena diventa un peso.
E’ questo che il Sufismo insegna: abbandonate le cose quando diventano pesanti, rimanete leggeri.
Pensate ad una prima causa nel modo seguente: c’era un vuoto, e tuttavia, perché c’era un vuoto, non c’era. Se c’è solamente il vuoto e nient’altro che vuoto, come potrebbe qualcuno dire che c’è un vuoto? Questo vuoto, per definizione, proprio tramite la definizione che non siamo capaci di concepire dentro il livello d’astrazione che ora pensiamo, questo vuoto deve avere una inalienabile qualità che è che doveva diventare vuoto. Era vuoto non-esistente e tuttavia non potrebbe essere vuoto, non potrebbe essere ciò che deve finché lo è diventato.
Cercate di seguire questo, non pensate a ciò come ad onori filosofici – è molto semplice, è l’inizio del vero misticismo. Il vuoto, che non era, doveva diventare vuoto, perché altrimenti non sarebbe, e tuttavia fu.
Questa prima qualità, divenire, è la forza maggiore, la causa maggiore, il potere maggiore, il potere che è rimasto dentro, dietro e attraverso ogni cosa che è divenuta dal quel vuoto. Se avessi una mucca marrone, il potenziale di quell’essere marrone rimane in ogni mucca che deriva da questa prima mucca. Questo potere sopra-genetico del divenire era talmente basilare, talmente forte che stava dietro ogni cosa. Il desiderio di divenire è il desiderio che fa sì che un piccolo seme, che quasi non vedi, cresca in un albero altro trecento piedi; che fa sì che un uccello voli tre, quattro, mille miglia per il cibo; che fa sì che un bambino che fondamentalmente non ha alcuna abilità di sopravvivenza, cresca in un essere umano completamente sviluppato. E’ la forza creativa stessa.
Il desiderio di divenire può soltanto essere raggiunto in un modo. Se ci fosse solo vuoto, non ci sarebbe ancora vuoto perché non ci sarebbe nient’altro che vuoto e perciò esso non sarebbe. Il desiderio di divenire ciò che è, è la forza emanante della sua esistenza. Questo desiderio crea la prima illusione. Siamo incapaci di concepire cos’è, ma potremmo proporre che la prima illusione è il vuoto che afferma: “Sono vuoto”.
Quell’illusione continua per sempre ad operare. Il potere dell’entropia, del disordine e della disarmonia, del tutto auto-dirigentesi , derivano dal vuoto acquisendo esistenza da lui stesso.
Ogni potenziale deve affermare esistenzialmente che cos’ è allo scopo di essere. Io chiamo divenire il processo dell’affermazione, essendo la realizzazione l’acquisizione dell’identità. Dobbiamo creare leggi e sistemi e società allo scopo di evitare che la gente rivendichi troppo quella prima illusione, che è: “Sono qualcosa”, perché quando il vuoto è, è qualcosa, è vuoto. Questa è la fine del divenire. Ma dato che il vuoto non è, è un’esagerazione o un’illusione, cioè: essere.
Come è relazionabile a noi questa causa originale? Perché c’è ciò che c’è? A livello planetario non dobbiamo dimenticare che la maggior parte delle cose sono, almeno in parte, in funzione di come noi le vediamo. Esse non potrebbero essere per niente in quel modo – riflettono il colore giallo più di un altro colore, riflettono tutti i colori in un certo grado, ma fondamentalmente sono senza colore. La realtà è sempre un’illusione e tramite una sempre più profonda percezione e investigazione, l’illusione o identità sparisce gradualmente. Però,allora, anche il fascino e il romanticismo della realtà sono spariti. Tutto d’un tratto un petalo diventa una struttura cellulare esaminata in laboratorio, non è più parte di un fiore, perde qualcosa.
In ogni miglioramento della conoscenza c’è una perdita di sostanza.
Secondariamente, se vogliamo funzionare, se a causa della nostra formazione sentimentale, della nostra crisi emotiva, siamo costretti ad accettare che esiste una prima causa, dobbiamo vedere che quella prima causa, in base a ciò che ora sappiamo, fu l’incredibile desiderio di divenire; e poi, per soddisfare tale desiderio, ne derivò l’illusoria affermazione dell’essere.

IL DIVENIRE E’ VITA, E L’ESSERE E’ MORTE.


Tante strade verso Dio

Alcuni allievi, su consiglio del loro maestro,
si recarono a far visita ad un saggio sufi che viveva in un’altra città.
.
Fatta conoscenza del saggio si meravigliarono che avesse usanze molto diverse da quelle del loro maestro.

Il saggio, come se avesse letto nel loro pensiero, esclamò:
“Che Dio mai sarebbe quello che può essere su un unico cammino? In realtà, ci sono tante strade che conducono a Dio quanti sono i figli di Adamo.”.

Gli allievi ritornarono così dal loro maestro con rinnovata consapevolezza.


Gianluca Magi (dal libro "il dito e la luna")

 

 

 

 

 

 

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