LA
CONTRADDIZIONE DELLA REALTÀ
di
Fazal Inayat-Khan
Per introdurre questo
capitolo ripeterò che il Sufismo non pretende di essere una forma di insegnamento
specifico, immutabile, predefinito di qualsiasi cosa, principalmente perché
dobbiamo certamente comprendere che l'umanità può funzionare soltanto nell'ambito
di ciò che può vedere, di ciò che può comprendere. L'uomo funziona dentro
la sua struttura di valori, il suo sistema culturale; e questo ambiente che
crea una realtà apparente per lui cambia sempre. E' per questo che il punto
di vista dell'uomo, parlando religiosamente, è sempre cambiato.
L'uomo cerca qualche
sicurezza. Egli riconosce dentro se stesso che non c'è nulla da cui può dipendere,
così la sua prima reazione è quella della paura, per cui costruisce forti
sistemi di sicurezza, prigioni di pensiero, strutture di valori - e questi
sistemi, presto o tardi, saranno tutti capovolti perché mentre la nostra conoscenza
si espande, mentre il nostro orizzonte si espande, mentre la nostra visione
si espande (o diminuisce), le cose cambiano. Cose che hanno un significato
in un certo momento, non significano nulla in un altro.
Se vuoi cominciare a
capire il Sufismo, devi capire che non deve essere paragonato ad un insegnamento
facile che dice: "Fa questo, segui la strada giusta, vivi in questo modo,
segui queste piccole regole, credi in queste cose e tutto andrà bene". Il
Sufismo non insegna assolutamente nulla da questo punto di vista. Un insegnamento
deve essere qualcosa che cambia sempre man mano che l'uomo cambia, che il
suo bisogno cambia, che la sua cultura fa delle nuove domande sul suo bisogno
imperioso di significati e valori. Invece di trovare nel Sufismo qualcosa
di sicuro, dovresti essere capace di trovare in esso un approccio che ti aiuti
a pensare più liberamente alla vita e alla realtà, al significato e allo scopo.
Nel capitolo primo, (Gemme 57) questo è stato discusso in modo più dettagliato,
e nei capitoli seguenti cominceremo a parlare della realtà. Per costruire
un approccio iniziale alla vita, o a qualunque altra cosa di cui vogliamo
parlare, dobbiamo stabilire una base di realtà da cui parlare, da cui comunicare,
da cui costruire.
L'uomo cerca in continuazione
di costruire per se stesso una realtà stabile a causa della sua tremenda insicurezza.
Nel suo carattere psicologico timoroso deve sempre affrontare le domande:
che cos' è realmente vero? Che cos' è realmente giusto? Che cos' è realmente
buono? Che cos' è realmente esistente? Che cosa attualmente, è davvero importante?
E ogni volta che pensa a questo, non importa dove si trova nel suo livello
evolutivo di concezione astratta, ha incredibilmente paura di arrivare alla
realizzazione che nulla è veramente importante, che noi non siamo veramente
importanti, che la vita non è veramente importante, che la mia esistenza non
è veramente importante. Quando siamo di fronte a questo pensiero per la prima
volta, questo ci dà un tale spavento che abbiamo la reazione tipica del granchio,
di scavare velocemente un buco e seppellirci, o altrimenti ci sentiamo talmente
alienati e persi che finiamo di vivere. Non vogliamo vedere l'intero modello
dinamico dell'esistenza astratta.
Il mistico ha una consapevolezza
che lo rende capace di dare per scontato il fatto che la realtà è un concetto
fugace, che c'è solo ciò che vediamo e ciò che vediamo è in funzione di ciò
che siamo in grado di vedere - che la realtà ottiene la sua qualità di realtà
dalla nostra osservazione di essa. Allora la sua attendibilità, che dobbiamo
attaccare come una qualità all'idea di realtà, è direttamente corrispondente
all' "io". Questo è il primo punto di vista mistico di realtà. Ci può essere
un'altra realtà, ma non è reale per noi perché non la vediamo, non la conosciamo,
non possiamo concepirla. Poiché realtà è solo ciò che possiamo vedere, non
può essere separata da colui che è coinvolto in essa, da colui che l'osserva.
Quindi, non esiste una realtà oggettiva; esiste soltanto la realtà soggettiva
che viene costruita in continuazione, almeno in parte da una consapevolezza
che tenta di avvolgere, di controllare, di catturare qualcosa da ciò che può
concepire; ed è continuamente distrutto dalla propria natura, che è inconcepibile,
che non è catturabile, che è non- manifesta. La realtà è completamente astratta,
non esiste come realtà separata da colui che l'osserva. Poiché l'osservatore
cerca di farla, di crearla, di funzionarci dentro, allora più stretto il cappio
della consapevolezza restringe il suo nodo intorno a questa astrazione, e
più vicino arriva alla scoperta che ciò che cercava di contenere invece non
è nulla.
Il mistico cerca di
comprendere questo, e invece di aver paura, invece di avere un assalto di
panico e dire: "Povero me, non sono più importante e tutte quelle emozioni,
sentimenti ed esperienze enormi, tutto quello che sta succedendo nel mondo,
tutto quello che mi sta succedendo, povero me, non è più reale?" Invece che
avere questo shock, questa reazione auto-protettiva, il mistico dice: "Che
peso incredibile è caduto!" Non è più necessario possedere qualcosa, possedere
la realtà, avere qualche sicurezza affidabile. Non è più necessario vivere
una vita in fuga, rincorrendo le cose che scompaiono sempre. Questa libertà
è una libertà che cambia ogni cosa nella vita, e tuttavia non cambia nulla.
Esiste qualcosa che può essere cambiato? Esiste qualcosa che non può far altro
che cambiare?
Ovviamente una mente
scettica - e si dovrebbe avere una mente scettica - potrebbe affermare che
è molto facile buttare fuori dalla finestra la realtà oggettiva, ma non si
può buttar via le leggi del mondo oggettivo materiale che vediamo operare.
Non si possono scartare queste leggi e affermare che non esistono. Non si
può cancellare tutto d'un colpo il comportamento prevedibile della cosiddetta
materia non-esistente. Dobbiamo essere d'accordo con questo punto di vista.
Possiamo certamente dire - e questo è il secondo approccio che il mistico
ha nella sua percezione della sua realtà come ipotesi di lavoro - che siamo
dove ci troviamo perché il "dove" è semplicemente un modello di comportamento
che sembra avere qualche consistenza. La realtà apparente, comincia quindi
ad apparire tramite la ripetizione di un'astrazione di comportamento costantemente
simile. La materia non esiste; siamo finalmente arrivati a questo punto. Noi
non sappiamo cosa esiste - forse nulla - ma nello stato d'illusione nel quale
ci sembra di esistere, la sua esistenza è provata perché il suo comportamento
segue certi modelli. E' molto interessante che chiamiamo questi modelli "leggi",
e siamo abituati a pensare che sono assolute. L'assolutezza di queste leggi
è in funzione della limitazione della nostra osservazione, perché è facile
osservare due fenomeni simili con uno strumento grossolano e concludere che
sono lo stesso modello. Tuttavia quando si diventa sempre più capaci di osservare
in modo più raffinato, più profondo, ci si rende conto che questi erano due
modelli completamente diversi. Ci sono tanti esempi di ciò nella meccanica
semplice, nell' elettronica, e in altri aspetti della vita materiale. Il mistico
permette a se stesso di avvicinarsi alla realtà apparente con questo compromesso
concettuale. Tutta la vita è in un certo modo il compromesso che noi vediamo
ciò che vediamo, osserviamo ciò che osserviamo, traiamo conclusioni, e come
in un approccio lavorativo possiamo cercare di funzionare dentro queste conclusioni,
ma senza annettergli questa paura, quest'assoluto dogmatismo, che ciò che
ho visto è quello che era, ciò che so è quello che è.
Meno di seicento anni
fa, i barbieri strinavano i capelli mentre li tagliavano. Mentre andavano
avanti con la forbice, seguivano con una candela, e mentre tagliavano i capelli
bruciavano le punte. Questa non era un'usanza che durò per poco tempo, accadeva
da parecchio tempo in tutta la civiltà occidentale. Perché bruciavano le punte
dei capelli? Perché pensavano che i capelli sanguinassero. Sappiamo benissimo
che i capelli non sanguinano e pensando al passato dobbiamo chiederci come
potevano aver pensato che lo facessero. Che cosa, seicento anni fa, gli faceva
pensare che i capelli sanguinassero? Ciò che ora vediamo come un'assurdità
era per loro una realtà, e l'uomo operava in quella realtà, compensava quella
realtà e creava un intero modello di comportamento. La conclusione che traiamo
è che il barbiere di seicento anni fa faceva una cosa assurda mentre strinava
i capelli; ma parte delle cose che facciamo ora sono anche assurde, e la gente
che ci sarà fra seicento anni guarderà le cose che facciamo ora e dirà: "Oh,
quella gente semplice, non osservava in modo giusto". E dopo altri seicento
anni la gente guarderà di nuovo indietro e di nuovo avrà un punto di vista
diverso della realtà. Possiamo affermare che in realtà i capelli non sanguinano,
ma la realtà è soltanto una funzione di ciò che si può vedere, di ciò che
si è capaci di vedere - potremmo persino dire, di ciò che desideriamo vedere.
Se il barbiere di seicento anni fa usava una candela per strinare i capelli,
questo era reale; e se tu pretendi che non lo era, è perché senti che la tua
realtà è permanente, e non sei ancora pronto a vedere l'approccio mistico,
a formulare la semplice, pacifica ipotesi funzionante, che fa il mistico sulla
vita, che si farà ciò che si può fare affinché sembri in qualche modo che
si adegui a una realtà, mentre si è sempre pronti, sempre volonterosi di espandersi,
di cambiare e di trovare che qualcosa che precedentemente avevamo pensato,
qualcosa che precedentemente facevamo in quel modo, ora è così, e adesso penseremo
di questa cosa in questo modo. Questa libertà di assimilare totalmente tutte
le esperienze che ci giungono, questa sensibilità, porta pace.
Tante persone parlano
di pace. Alcuni di noi cominciano a pensare, a causa del romantico vendita
di cose orientali che si sta verificando, che si può ottenere pace sedendosi
sotto un albero nell' Himalayas meditando. Questo forse era vero per poche
persone in un certo momento, in una realtà, in una cultura, ma l'approccio
Sufi è che nessuno può affermare che la pace deve essere ricercata in quel
modo, o che la pace dovrebbe essere ottenuta in quest'altro modo; questa è
la formula, quello è il segreto, questo è il rituale, quella è la cosa da
fare per ottenere pace. No, la pace può essere raggiunta quando finalmente
permetti alla realtà di essere meno pesante, meno reale, meno sicura, meno
assoluta, quando finalmente permetti alla vita e a tutto ciò che ti accade
nella vita di essere un' apparenza, quando permetti al bene e a tutto ciò
che ti sembra giusto di essere bello, quando permetti alla malvagità e a tutto
ciò che ti sembra malvagio di essere parte dello stesso modello, quando permetti
a questa angoscia per la realtà, di cercare di captare qualcosa a cui aggrapparti,
qualcosa a cui credere, quando permetti a quel bisogno nella tua psiche di
abbandonarti, di sparire come un peso inutile, come qualcosa di cui non hai
bisogno per proteggerti, qualcosa che non hai bisogno di possedere.
Forse se guardi da questo
punto di vista, vedrai che il tizio che andava a sedersi sotto l'albero nell'
Himalayas non trovò pace e diventò santo perché era seduto sotto quell'albero,
ma a causa del processo psicologico implicito nella sua scoperta che tutte
queste cose che lui supponeva di dover fare non erano così importanti, che
tutte le cose in cui supponeva di dover credere non erano così importanti.
Lui limitava la sua vita, limitava le sue ambizioni e alla fine si è accorto
che la cosa che realmente desiderava fare era vivere una vita tranquilla,
vedere il sorgere e il tramontare del sole, e prendere le cose come vengono.
Questa era la pace. Non era il trip di stare seduto sotto un albero divino
- ogni albero è divino. Non era il trip di fare qualche mantra o meditazione
- ogni parola è un mantra, ogni azione è una meditazione. Era semplicemente
la disponibilità psicologica in lui di permettere che la realtà sia meno importante,
meno pesante, meno reale.
Se guardiamo con leggerezza
mistica la vita e la realtà, e ci chiediamo che cosa è reale, la conclusione
è che la realtà è un simbolo. L'unica cosa che esiste realmente è un simbolo.
Questo è il terzo concetto del misticismo. Spero che tu stesso approfondirai
questo approccio e non lo capirai soltanto superficialmente. Non pensare solo
in modo scettico, ma lascia che questa conclusione, che è una realizzazione
da approfondire e sperimentare, penetri nella tua consapevolezza. Fai le tue
deduzioni, ma dagli il tempo di crescere. La realtà è un simbolo, una forma,
una forma simbolica astratta, e a qualsiasi livello di manifestazione qualcosa
esiste, il livello di manifestazione è determinato semplicemente dal genere
di forma/struttura simbolica che è forse lì.
Se guardiamo, per esempio,
la materia, la sua entità materiale sparisce molto velocemente quando è esaminata.
Oltre la soglia della sua entità materiale, tutto ciò che rimane è un simbolo,
una sistemazione simbolica in forma, astrazione o energia. La gente dice:
"C'è energia, perciò c'è qualcosa". Ma se tu guardi l'energia trovi che è
semplicemente potenziale. Ciò che conosciamo come energia, il modo più vicino
in cui possiamo arrivare a descriverla - come vediamo le cose adesso, che
cambieranno domani - il modo più vicino a cui possiamo ora arrivare è dire
che l'energia è un potenziale che desidera implorare. Il potenziale è quello
che cominciamo a intuire oltre la fugace, nebulosa area d'energia. La prima
manifestazione di quest'energia è una sistemazione, essa si immola verso una
forma, e quando questa forma integra se stessa in una particolarità, si è
improvvisamente mossa verso la barriera fra il potenziale non-manifesto e
il presagio manifestato.
Il primo e più astratto
livello d'esistenza in questo mondo manifesto è un simbolo. Che cosa c'è di
più non-manifesto, che cosa c'è di più vicino all'astratto di un simbolo?
Un simbolo è una forma perché prende la sua identità su questo livello, il
livello particolare della planetarizzazione materiale; ma naturalmente, non
vuol dire in nessun modo che non ci potrebbero essere altri livelli implorativi
dove ci sono altre possibilità planetarie per portare un potenziale a un presagio.
Considera per esempio
il pensiero. Dove si trova il pensiero? Qual è lo spazio in cui esso si trova?
Sono i pensieri parole? Dal momento in cui i pensieri diventano parole, diventano
simboli. Le parole sono suoni e i suoni sono semplicemente modelli d'onda
con una frequenza esatta. Se il simbolo di un suono ripete il suo modello
d'onda una volta, non possiamo udire quel suono; il suo modello d'onda è solo
una forma lungo un flusso d'energia, nient'altro. Se ripete il suo modello
d'onda un preciso numero di volte noi riconosciamo quel numero esatto di forme
ripetute come un suono preciso. "C" sul piano; due cento e sessanta due piccole
forme esatte al secondo; quattrocento e trentacinque modelli d'onda fanno
"A" sul piano. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che un simbolo si ripete
con un principio numerico, e questo principio numerico determina esattamente
la colorazione dell'apparente realtà del simbolo.
Potete anche vedere
questo nell'esempio dei gas. Se prendi un gas chiamato idrogeno, esso contiene
qualcosa che chiamiamo un nucleo, che, mentre lo guardiamo, sparisce in energia,
caricata positivamente - il che di nuovo non vuol dire nulla; la carica positiva
non mantiene la sua esistenza separatamente, deve esistere in relazione a
qualcos'altro. In secondo luogo, l'idrogeno ha un elettrone, caricato negativamente.
Questo è precisamente un girare centrato (alcuni lo chiamano un cerchio).
Questo è il simbolo, l'esistenza simbolica dell'elettrone che crea un cerchio
intorno al nucleo. Se il modello della ripetizione delle orbite è in un certo
stato, l'atomo idrogeno è, in una certa qualità precisa d'identità e in una
temperatura precisa, gas. Se viene accelerato o frenato, la forma/simbolo/manifestazione
riceve una colorazione diversa, una tinta diversa, una temperatura diversa,
un'intensità diversa e può cambiare da gas a liquido o a solido. Questo è
ciò che sappiamo ora. Non vuol dire che è reale, significa semplicemente che
sei capace di pensare a questo. Questo potrebbe essere tutto un mucchio di
assurdità; forse lo è. Ma puoi vedere la stessa cosa ovunque nell'esistenza
fisica. Guarda al DNA e al RNA - hai di nuovo una forma, una forma elicoidale.
La forma elicoidale si ripete in una certa catena attorcigliata. Ha una sequenza
in un modo che è preciso, e il modello numerico del modo in cui la sequenza
di queste strutture elicoidali si ripete determina il codice genetico dell'intera
vita.
La forma elicoidale
si può trovare in ogni cosa che cresce. Questa forma elicoidale fu chiamata
dai mistici centinaia d'anni fa, il 'mystical twist' (la spirale mistica).
Gli alberi si girano in un esatto modello elicoidale, i fiori si girano, persino
un bambino emergendo dal grembo della madre fa un completo giro elicoidale
d'uscita. I mistici cominciavano a vedere che l'esistenza stessa è un 'twist',
c'è un bisogno di attorcigliarsi e di girarsi e di danzare, seguendo un modello
molto equilibrato. Questa è la danza dell'essenza, una danza che dà all'essenza
la sua gioia di essere, la danza dell'emanazione del vuoto, dell'espandersi
eternamente. Questa può essere chiamata la danza dell'anima. Si potrebbero
dare tanti esempi, si potrebbero spendere ore, e sono sicuro che potremmo
andare avanti e passo per passo analizzare l'intera natura che conosciamo,
e mostrarvi i simboli e i corrispondenti principi numerici di ripetizione
di questi simboli che, quando sono resi planetari, danno alla realtà apparente
le sue differenti sfumature e qualità.
I simboli che operano
in questa ripetizione creano la realtà apparente in ogni sua diversità, peso,
temperatura, velocità. Sorge la domanda, qual è il principio operativo che
rende la realtà disponibile all'osservatore? Finora abbiamo parlato della
realtà come se non ci fosse un osservatore, ma all'inizio il punto era che
la realtà è totalmente soggettiva. Non esiste a meno che, e finché, viene
osservata. La realtà è soggettiva come un'osservazione creata dall'osservatore
da un obiettivo che, tramite l'essere osservata,suscita un tentativo di fare
una nuova creazione approssimativa di essa, limitata dalla propria capacità
particolare d'osservazione e dalla intrinseca focale risoluzione associativa.
L'obiettivo in assoluto, che è completamente non-collegato e indipendente
dall'osservazione e dall'osservatore, rimane per sempre velato, sconosciuto,
non riconosciuto. La realtà è quindi un'illusione, una costruzione soggettiva
che sempre più pre-sistema la registrazione riconoscibile e analizzabile dell'osservatore
nell'osservazione futura.
Se l'obiettivo non potesse
mai essere attualmente osservato così da poter essere visto com'è, che è l'aspettativa
dell'osservatore, ciò che è osservato si disperderebbe sotto la tensione del
processo percettivo, perché se la sua granulosità è vista come è, lo spazio
fra i granuli sarebbe oltre la concentrazione focale. Quindi se descriviamo
la realtà come un simbolo che segue un modello, allora qual è il principio
richiesto del modo in cui l'osservatore interagisce con quella non-esistente
realtà perché diventi l'apparente mondo reale che sentiamo, vediamo, capiamo,
comprendiamo e pensiamo che è così incredibilmente importante? Il solo principio
che permette all'osservatore di entrare dentro e di dare con la sua presenza
la sua esistenza osservata, la sua realtà come una proprietà, è la legge di
contraddizione.
La realtà è in funzione
della contraddizione. Il punto della realtà che può diventare reale nella
nostra soggettiva esperienza può guadagnare quella proprietà di contraddizione
solo quando viene contraddetto. In altre parole, nulla di ciò che può essere
osservato non ha l'opposto.
A noi sembra che ci sia
luce, ci sembra che qualcuno ci ama, ci sembra che la terra è dura; ci sembra
ciò che pensiamo, ci sembra che qualcun altro sta parlando. Ma c'è soltanto
luce perché noi siamo capaci di osservare l'oscurità, c'è una terra dura perché
noi siamo capaci ad osservare la morbidezza. In altre parole, osserviamo la
luce in funzione dell'oscurità, l'oscurità è in funzione della luce, e se
non ci fosse oscurità, non ci sarebbe realmente luce. Se il sole brillasse
sempre non ci sarebbe notte nella nostra realtà. Questa funzione di contraddizione
non è necessariamente vera, è semplicemente la contraddizione che l'osservatore
crea nella sua osservazione perché c'è sempre luce, c'è sempre oscurità. Il
giorno e la notte non sono affatto opposti l'uno all'altra - è una grandissima
bugia. Il sole brilla sempre, il nostro vedere questi due come opposti è la
nostra contraddizione creata perché la realtà possa funzionare. Potrebbe benissimo
essere possibile che l'oscurità sia una contraddizione di liquido, potrebbe
benissimo essere possibile che l'amore sia una contraddizione di musica, ma
questo non ha nessun senso per noi perché pensiamo che questa luce è una contraddizione
dell'oscurità. Noi abbiamo creato questo, abbiamo formato questi simboli separati
e dato a loro una funzionalità nella nostra osservazione conscia, un legame
reciproco. Quella relazione è determinata dalla gradazione della contraddizione
che possiamo creare, ma che sia veramente una contraddizione noi non lo sappiamo.
Se potessimo esaminarlo, sapremmo che la Bibbia, in tutti i libri meravigliosi,
dice: "Dio creò la luce, e la luce brillò nell'oscurità ma l'oscurità non
la comprese…" Luce e oscurità sono lì, sono totalmente indipendenti, non hanno
nulla a che fare l'una con l'altra. Il fatto che pensiamo che la luce è assenza
di oscurità, o una gradazione fra loro, è la nostra mente che crea, imprigiona,
catturando per il nostro conscio una particolare relazione in funzione che
ci sembri che sia reale.
Non stiamo tentando qui
di pretendere che l'assoluta e santa verità possa essere espressa in parole
da un individuo a un altro; la razionalizzazione di ciò che è stato espresso
non è per niente verità, ma ti può essere stata di aiuto ad avvicinarti a
ciò che concepisci come probabile. Anche se non sei d'accordo con nulla di
ciò che ho presentato - e le menti non sono create per essere d'accordo ma
per esprimere bellezza - penso che cominciando a pensare/riflettere su queste
cose, quindi essenzialmente , a pensare a te stesso, vedrai che le cose che
erano forse molto importanti in realtà non sono così importanti; cose che
sapevi, o pensavi di sapere, si presenteranno solo temporaneamente come tali
finché scopri che non sono così. Qualunque sia il tuo punto di vista come
risultato di un'esperienza, dal momento in cui avvicini la vita con questa
mancanza di gravitazione, hai cominciato la tua vita mistica.
Il Sufismo non porta
mai qualcuno fuori dalla vita. Il Sufismo non dice mai: "Stiamo facendo di
te un santo maestro, ti vestiamo con una bella tunica gialla, mettiamo bei
fiori sulla tua auto…" Il Sufismo ti porta invece di nuovo nella tua propria
vita, ma ciò sembra non pesare così tanto, così puoi andare avanti un po'
più leggero, un po' più veloce, un po' più facilmente, un po' più in alto,
ma nello stesso posto, nella stessa illusione e nella stessa verità.
Giugno 11, 1973
La
luce è il Tuo occhio o Diletto,
e l'ombra
ne è la pupilla O Dio,
nella
luce Tu sei manifesto,
nell'ombra
Tu rimani nascosto
Hazrat
Inayat Khan