IL POTENZIALE

Da Murshid Fazal

 

 

Prima di entrare nel tema dello sviluppare il proprio potenziale, è importante mettere in chiaro che questi capitoli non possono essere considerati separatamente: ognuno deve essere visto nella luce delle precedenti onde di pensiero, man mano che andiamo avanti a fare il tessitore, emergerà un disegno. Creando il disegno si deve comprendere la perfezione e l’imperfezione di ogni filo; nondimeno si dovrebbe cercare di cogliere ogni cosa nella totalità di ciò che viene presentato ed il suo scopo, così che possa essere il più eloquente possibile.

 

La questione di come possiamo sviluppare il nostro potenziale, può essere guardata dal punto di vista di ognuno di noi considerato come un individuo, o lo si può guardare dal punto di vista dell’umanità nella storia. Cerchiamo di non dimenticare che noi siamo una razza della fauna di questo pianeta anzi, per dirlo nel miglior modo possibile– sebbene ognuno di noi possa essere diverso come lo sono le foglie su di un albero o gli aghi di un pino, dato che ogni disegno nella natura è in se stesso unico– noi siamo anche molto simili. Siamo tutti di una razza, ed ogni individuo all’interno di questa razza nel passato e nel presente rappresenta alcune di tutte le capacità che ogni membro di quella razza ha, in un grado maggiore o minore. Usando la parola “razza”, non intendo la razza nera, la razza bianca, le razze gialle, verdi o arancio, intendo Homo Sapiens, l’uomo eretto. Ci sono persone che possono arrampicarsi su alberi di palma alti tantissimi piedi nell’aria senza alcun aiuto, e se qualcuno di noi cercasse di farlo, non ne sarebbe capace. Tuttavia se chiedeste a quella persona di scendere giù dall’albero e di sedersi accanto a voi, scoprireste che siete fratelli della stessa razza, e che la sua particolare capacità si trova anche dentro di voi. Regolarmente si tengono giochi atletici e si trovano grandi campioni che possono saltare, nuotare, correre, lanciare meglio di noi, tuttavia proprio il fatto che possono correre più velocemente di noi significa che anche noi abbiamo quella stessa potenzialità di vita.

 

Questi esempi sono piuttosto semplici, ma se guardiamo l’altro lato della moneta e pensiamo ai nostri potenziali, siamo in generale accecati dall’ambiente culturale estremamente limitato in cui siamo cresciuti o in cui viviamo, e pensiamo solo ai potenziali che conosciamo. Se viviamo nel mondo degli uffici e siamo giovani e incominciamo come apprendisti-impiegati, vedremo nel nostro potenziale universale che possiamo anche diventare un impiegato, oppure potremmo diventare un segretario direttivo. Dall’altra parte, se viviamo in un’altra società, allora potremmo vedere il nostro potenziale dentro la struttura di quell’ambiente.

 

Il primo passo da fare per cercare di vedere come sviluppare i propri potenziali, poi, è di vedere il potenziale totale della razza umana. Ogni cosa che l’uomo ha fatto fino adesso, noi lo possiamo fare, ognuno di noi. E’ possibile che non siamo in grado di fare un salto simile al più lungo salto mai fatto, è possibile che non possiamo scrivere a macchina così velocemente come la più veloce dattilografa, è possibile che non siamo in grado di raggiungere un livello dell’astratto e del concettuale così espansivo e inclusivo come quello dei nostri migliori scienziati e filosofi, ma tutto ciò che loro possono fare è fatto tramite quello strumento chiamato essere umano, e quello strumento umano è ciò che anche noi siamo.

 

Il Rajasthan è una provincia dell’India, un paese secco e sabbioso senza nessun grande fiume; perciò devono essere fatti dei pozzi, il che non è un compito facile, ma per la gente del Rajasthan significa scavare pozzi. In primo luogo c’è la questione del dove scavare, dov’è che c’è acqua? Poi, del come passare attraverso la sabbia che crolla all’interno, quanto profondamente scavare; e, alla fine, come portare su l’acqua? Un piccolo bambino qui una volta chiese a sua madre dell’acqua, e lei gli domandò come fa l’acqua ad arrivare al rubinetto, ma lui non lo sapeva. Tuttavia ogni piccolo bambino nel Rajasthan sa come l’acqua arriva alla sua capanna. La maggior parte dei bambini nel Rajasthan non ha mai sentito le parole “intuizione” o “rabdomante”, tuttavia ogni ragazzo sa che un giorno anche lui dovrà cercare il posto in cui scavare un pozzo sul suo stesso terreno. Non penserà mai a questo come ad una dote speciale, un’abilità esotica, un potere occulto – lui lo farà e muore nell’eternità del passare delle generazioni facendo un atto di fede, di conoscenza, portando nella realtà un potenziale che anche noi abbiamo, che ogni essere umano ha, e verso il quale, tuttavia, proprio per la natura stessa della specializzazione in cui noi oggi viviamo, siamo completamente ciechi. L’acqua arriva quando si apre il rubinetto, la luce si accende quando si preme l’interruttore, e perciò il reale contatto con la vita non si crea.

 

Una volta quando viaggiavo nel Rajasthan ebbi bisogno d’acqua, e dato che ero un pò abituato a giudicare un pozzo giusto, alla fine trovai un pozzo molto grande e profondo, in cui potevi, soggettivamente parlando, vedere l’acqua che scorreva come se il pozzo fosse sopra ad un fiume che  passa nel sottosuolo. Ero lì con il mio secchio attaccato ad una corda, e mentre lo abbassavo scoprii che la corda era troppo corta, allora presi dell’altra corda dalla macchina, feci un nodo ed abbassai il secchio. Mentre tiravo su il secchio, pieno d’acqua, la corda si spezzò, esattamente al nodo. Perché si spezzò al nodo? Perché non sapevo come fare un nodo. Poi passò un contadino, un uomo semplice che non sapeva leggere e scrivere, che probabilmente non era mai uscito dalla zona di quindici- venti miglia quadrate, che probabilmente non era neppure in grado di cominciare ad immaginare tutto ciò che esiste nel  mondo: là c’era l’uomo senza alcuna educazione, e là c’ero io con tutto quello che la mia laurea universitaria significa, e tuttavia quest’uomo riuscì a portare su il mio secchio, e oltre a questo, a farmi il favore di snodare la mia corda e di unire le due parti insieme in modo da avere una maggiore lunghezza, cosicché a quel punto era in realtà più forte.

 

Cominciai allora a rendermi conto che la mia intelligenza, la mia conoscenza era utile solo in una società dove l’acqua viene dal rubinetto, dove la luce funziona quando tu l’accendi, dove si impara leggendo un libro, dove qualcuno ti insegna, dove non c’è un vero auto-sviluppo in termini di sopravvivenza, e dove continuiamo a svilupparci solo nei termini della specializzazione della città.

Questo potrebbe non sembrarti molto reale, poiché non sei passato attraverso l’esperienza, la sottigliezza di pensiero ed il contatto con la realtà di quel momento. Anch’io cominciai a vedere, come devi cercare di vedere tu, il fatto che mentre noi studiamo musica, nessun membro di una tribù Africana la studia mai; lui la fa, egli cresce dentro di essa. Noi impariamo a contare, impariamo a pensare, impariamo ad analizzare, impariamo la logica e tuttavia potenzialmente non abbiamo bisogno di imparare nulla. Il più grande ostacolo per sbloccare il potenziale, sviluppare il potenziale, è pensare ed accettare che si deve imparare, che si deve acquisire teoria, conoscenza astratta. L’intero sviluppo dell’uomo è stato all’interno di ciò che egli stava sviluppando, da cui ha derivato la conoscenza teoretica.  

             

Per te può essere difficile concepirlo ma, fondamentalmente, non c’è nulla che non puoi fare; il blocco è che tu pensi che devi impararlo. Se incominciassi a farlo, impareresti tre, quattro, cinque volte più velocemente di quanto faresti a scuola. Non vuol dire che andare a scuola è sbagliato, significa che c’è qualcosa di sbagliato con il metodo di educazione. Un bambino impara una lingua dal nulla, senza libri, senza grammatica, solo dal farlo. Milleseicento anni fa al tempo di Maometto e ancora, fino a solo quaranta o cinquant’anni fa, c’erano riunioni di abitanti di paese in cui, durante l’intero fine settimana, ogni persona improvvisava liberalmente poesia. Adesso ci piace leggere poesie, ma se ognuno di noi dovesse sedersi per scrivere una poesia non ci riuscirebbe, oppure non sarebbe una poesia molto bella, oppure sarebbe difficile renderla scorrevole. Non so se tu ti rendi conto di questo; pensa a quegli Arabi non civilizzati, analfabeti, selvaggi, che vivevano al tempo di Maometto senza grammatici, senza scrivere, senza nessuno che potesse fare le cose che noi possiamo fare, e che non solo si ricordavano migliaia e migliaia di parole di poesia sviluppate nel loro piccolo villaggio del passato, ma che continuavano a fare delle competizioni e a mettersi d’accordo tra loro su chi fosse il miglior poeta. Gli Zingari non imparano mai la musica formalmente, non c’è nessuno che gli dice di fare pratica dalle quattro alle otto, non leggono un libro e non prendono appunti, sebbene abbiano inventato loro il sistema di notazione binaria che noi usiamo oggi nel computer, ma nello stesso modo in cui un piccolo bambino impara la propria lingua da sua madre, lo zingaro continua ad imparare la musica.

Con l’essere vivo nella vita, mantenendo un interesse aperto, puoi sviluppare qualsiasi cosa su cui poni la tua mente.

 

Questo è un punto estremamente importante anche in relazione alla spiritualità; vediamo sempre più libri sullo yoga, sulla metafisica, sulla meditazione: sempre più spiegazioni su come farlo. La prima cosa che succede quando qualcuno desidera meditare è che trova un libro su come farlo, ma la gente che in origine era coinvolta in queste cose, da chi ha imparato? Lo imparavano da sé, semplicemente sviluppando il potenziale dentro se stessi, dall’avere un interesse e dal mettere le loro menti attivamente, appassionatamente, in quel processo. Hanno mai avuto così fortemente quell’idea di maschile/femminile che abbiamo noi? Sembra che noi pensiamo che un uomo possa riparare una macchina e che una donna non lo possa fare. Perché no – il cervello di una donna è diverso da quello di un uomo? Vediamo tutti che intellettualmente questa idea di maschile/femminile è un blocco, semplicemente un blocco di specializzazione della società, ma allo stesso modo ci sono dei blocchi che impediscono al potenziale di ognuno di noi di uscir fuori.

 

Se analizziamo dentro noi stessi le cose che sono necessarie per sviluppare qualche abilità, qualche potenziale, scopriamo che naturalmente ci vuole della pratica poiché c’è una lacuna fra il pensiero e la sua esecuzione.

 

Chopin potrebbe aver raggiunto il punto in cui poteva suonare ciò che udiva, ciò che pensava e sentiva; dall’altro lato, potrebbe essere che lui, essendosi sviluppato fino a quel punto, sentisse molto di più di quanto potesse tuttavia suonare, poiché la lacuna fra il pensiero e la sua esecuzione deve sempre esistere. Così abbiamo bisogno di fare pratica.

 

Se stai cercando un particolare sviluppo, la risposta si trova esattamente nel potere del pensiero, il quale se lo osservi, ha due aspetti. Il primo aspetto è, dentro al potere del pensiero, un atto di fede; non esiste altra fede se non quella in noi stessi. Non importa quanto sia intelligente una persona, o quanto forte sia la sua concentrazione, se non può fare un atto mentale di fede, che non può essere definito o descritto, - è più di una forma di pensiero, un’azione di pensiero – egli non si svilupperà, oppure si svilupperà con molta più difficoltà. Se non sei in grado di fare questo atto di fede, quel secondo aspetto – che è di concentrarsi, di contemplare, di esercitarsi mentalmente su qualcosa di te stesso che desideri sviluppare – nonostante quest’aspetto del potere del pensiero vada avanti, esso non ha nessun effetto. Potresti facilmente dividere le persone che conosci fra chi è capace di fare astrattamente un atto di fede, che è un’azione del pensiero, e chi non è capace.   

 

Un esempio tipico per spiegare l’atto di fede si può vedere nel primo sforzo di camminare. Un piccolo bèbè di pochi mesi non riesce a stare in piedi, non ha equilibrio, non è forte, non può portare bene il suo peso, non è coordinato, i suoi muscoli non funzionano bene, ogni possibile spiegazione meccanica proverebbe che non potrebbe fare ciò che voleva fare, e tuttavia vuole raggiungere qualcosa. Questo è sviluppo, voler raggiungere qualcosa. Noi possiamo raggiungere solo ciò che vediamo, possiamo sviluppare solo ciò che siamo capaci di concepire dentro noi stessi. Alcuni di noi desiderano essere medici, ma solo perché sanno che esiste una tale cosa come un medico. Allo stesso modo, un piccolo bambino vede sua madre, o vede una roccia, o un fiore, un disegno sul tappeto, o un colore che gli interessa. Egli vede qualcosa e senza un pensiero veramente persuasivo, coerente, razionale, fa un atto di fede che lo può raggiungere; forse è seduto, forse è disteso; in qualunque posizione sia, lui inizia a farsi strada a fatica verso dove sta andando.

 

Il primo trauma potrebbe anche iniziare a questo punto se il bambino non cresce in un ambiente di sicurezza, perché mentre vuole raggiungere qualcosa, non può avere la stessa fiducia incondizionata, ha paura e non capisce la sua paura. Potrebbe essere la tensione della madre, potrebbe essere qualcosa d’altro… Uso l’esempio di un bèbè perché i suoi pensieri non sono pensieri razionali, ben definiti, determinati che possiamo osservare, come 1 + 1 = 2. Questi pensieri sono sulla soglia tra essere un pensiero e non essere un pensiero, e tuttavia sono su un livello della nostra esistenza più istintivo, più intuitivo. Potete diventare un pittore, un musicista, un pilota di auto da corsa, un domatore di elefanti, non importa cosa, se potete fare quell’atto di fede da cui il pensiero possa essere eseguito.

 

Questo accade spesso quando entrano in gioco le malattie mentali, le paure nella vita, la timidezza e ogni genere di altra cosa, perché quando il pensiero inizia ad eseguire se stesso, inizia a prender forma, sopraggiunge qualcosa per fermarlo, per ostacolarlo nel trovare il fondamento da cui possano venire gli altri aspetti del potere del pensiero. Quest’altro aspetto, a cui avevamo fatto riferimento come concentrazione, contemplazione, è semplicemente un coordinamento di comandi gerarchici. Ritornate all’esempio del bèbè – deve farsi strada a fatica verso dove sta andando, così qualche comando deve arrivare ad un braccio per muoversi, ad una gamba per andare avanti, al motore dei muscoli per iniziare a funzionare, e quei comandi devono succedersi nel giusto ordine. Se la gamba si muove prima del braccio, lui cadrà, o si capovolgerà. Qui c’è un altro campo in cui siamo spesso nemici di noi stessi perché così spesso tentiamo di fare le cose che vogliamo fare, le cose che vogliamo sviluppare, senza la dovuta considerazione dell’armonia. Armonia e gerarchia sono la stessa cosa: l’armonia è soltanto un altro modo di guardare la gerarchia; armonia è gerarchia piacevole, funzionale. Senza quell’armonia diventiamo frustrati e impazienti. Scopriamo che quella distanza tra il nostro pensiero astratto o desiderio e la nostra esecuzione fisica di ciò, è troppo grande, allora si stabilisce un sistema di feed-back e diciamo: “Pensavo di poterlo fare, ma non ci riesco”. Se questo accade abbastanza spesso, perdiamo di nuovo l’abilità di fare nel pensiero un atto di fede. Questo è il motivo per cui i mistici dicono sempre che la persona che ha successo, avrà successo, perché ogni successo sarà un’impressione e un’ulteriore re-impressione della capacità di riuscire, la capacità di colmare il desiderio e l’esecuzione; mentre una persona che ha dei fallimenti continua ad essere impressionata con questa incapacità di fare un ponte, e quindi è bloccata.

 

Se questo capitolo deve avere un significato, non può essere riguardo al successo, poiché volendo spiegare il successo, si fallisce. Per coloro fra noi che hanno fede nella pazienza gerarchica di tradurre i nostri pensieri in azione, il solo limite al nostro sviluppo è il numero di ore che ci sono nella giornata. Ma la maggior parte di noi è da qualche parte in un’altra situazione in cui non siamo ben in grado di passare oltre questa soglia, sentiamo che vogliamo svilupparci ma non possiamo – perché? Prima di tutto, nessuno può svilupparsi senza il fondamento dell’aver accettato se stesso. Perché siamo i figli di quei genitori? Perché siamo nati in quel periodo astrologico? Perché abbiamo ereditato una certa forma, una certa interpretazione dell’illimitata eredità che è a nostra disposizione? Non è di nessuna utilità analizzare il perché siamo uno Scorpione, un Leone o un Ariete – tu sei ciò che sei, e questo è il punto da cui devi incominciare. La maggior parte della gente fa lo sbaglio di voler essere diversa da ciò che è, di voler essere come qualcun altro, non si può sviluppare la mente di qualcun altro: è la tua mente, il tuo corpo, la tua anima, la tua totalità di essere. A parte questo, fate pace con tutto ciò. Tu ed io, noi, siamo ognuno il disegno imperfetto di un’idea. Perché voler essere come un altro disegno imperfetto? Sebbene quell’altro disegno perfezioni qualcosa delle nostre imperfezioni, ha anche degli errori che noi non abbiamo. Siate ciò che siete.

 

Una volta che accettiamo ciò che siamo, ci devono essere alcune indicazioni su che cosa è il nostro potenziale, e fondamentalmente queste possono essere determinate da ogni persona in modo intuitivo. Non hai bisogno di psicologia o astrologia che ti spieghi che cosa sei, ma poiché abbiamo talmente paura ad accettare noi stessi, a comprendere ciò che siamo, come agiamo, come lavoriamo, forse abbiamo bisogno di qualche aiuto, e naturalmente l’aiuto c’è. C’è la psicologia, c’è l’astrologia, ci sono altre persone che danno feed-back su te stesso in vesti diverse, ma nessun aiuto può essere preso come assoluto. Se leggi un libro di astrologia che dice (tanto per fare un esempio che non è valido) che sei condannato ad aver per sempre paura delle capre perché sei un pesce, allora quel libro non ti aiuta, è un libro che ti ostacola, che ti limita, non ti eleva ma ti classifica. Se c’è un maestro che ti racconta quali cose orrende sei stato nella tua vita precedente, e che perciò soffrirai per sempre in questa vita, questo è ciò che significa l’abuso di potere dell’umanità: cercare di limitare, controllare, classificare, e condannare tutti in piccoli bugigattoli. Questi fanno parte dell’intera gamma di limitazioni che rendono l’uomo un oggetto inanimato. Io posso dirti cosa sei condannato ad essere per sempre, ognuno di voi: sei condannato ad essere un filosofo, uno scienziato, un amante, un pittore, un musicista, un cacciatore, un genitore, un bambino, un amico, allora cerca di lasciar da parte quelle cose che non ti danno la tua libertà.

A questo punto sorge un altro problema. Il piccione è uno dei più veloci uccelli al mondo, il suo sistema di navigazione è meraviglioso, ma ha un difetto dal quale noi siamo soliti trarre un grande vantaggio. Se prendi un piccione e lo metti in una piccola gabbia e chiudi la gabbia e lo tieni là per un certo periodo, lentamente dimenticherà che una volta era libero. Tu lo rendi abituato al fatto che riceve il suo cibo da te, lo rendi abituato alla sicurezza della sua gabbia. Devi solamente tenerlo abbastanza a lungo in quella gabbia affinché la memoria di ciò che esso in realtà è, un uccello libero, svanisca. Quando questo è successo puoi aprire la gabbia e lasciar volare l’uccello, sapendo di sicuro che ritornerà sempre. Puoi portare l’uccello in Africa, lasciarlo libero là ed egli ritornerà.

Noi siamo molto simili ai piccioni, ritorniamo sempre ad una certa sicurezza che è tutto ciò che noi riusciamo a ricordare. Forse in precedenza siamo stati liberi, ne abbiamo una certa vaga brama, qualche oscuro ricordo, ma ritorniamo sempre diritti a casa. Persino quando il cibo che mangiamo lì non è molto appropriato, persino quando la gabbia è troppo piccola, persino se ogni genere di altra cosa non è proprio giusta, persino se a causa della sovrappopolazione incominciamo a lottare, noi ritorniamo diritti a casa.

 

Quando l’uomo si ritrova all’improvviso libero, ha la stessa reazione del piccione – ha paura, non sa dove sia, vuol sapere di essere da qualche parte, vuol avere un centro. Possiamo volare in giro, alcuni di noi per venti miglia, alcuni per duecento miglia, ma cosa mai accadrebbe se perdessimo il centro?

C’è certamente una trappola che desideriamo, la caverna dell’uomo eretto antico, un posto dove nascondersi, in cui sentirsi sicuro ed essere a casa. Se osservate la sociologia dello sviluppo religioso, spirituale, morale e governativo, da qualunque angolo lo vogliamo avvicinare, si vedrà che l’uomo ha sempre avuto la tendenza a costruire la propria caverna. Ha sempre la tendenza ad avere una caverna più comoda, una caverna più bella, una caverna meglio illuminata; ora abbiamo l’allarme antifurto invece dei guardiani, ma ancora ci nascondiamo in una caverna. A livello mentale potete capirlo nello stesso modo. L’antico cavernicolo che affronta il non-conosciuto - tuono, morte, destino, frustrazione; egli tagliava un albero e questo cadeva nella direzione sbagliata – perché? Sembrava come se ci fosse qualche potere che lui non poteva capire. Doveva capire questo potere, così aveva bisogno di controllarlo, proprio come deve capire la propria libertà e controllarla, e quindi vive in una caverna.

 

Il proprio sviluppo è molto legato alla propria sicurezza, perché col tempo, a causa del trauma della vita, dell’esistenza, non siamo stati capaci di fare quell’atto di pensiero di fede in noi stessi. Abbiamo dovuto costruire una legge morale, un dio, un tempio, un governo, una scuola, un consigliere, un assistente sociale, tutti questi generi di cose ad ogni livello della nostra realtà, per aiutarci ad attraversare quella soglia, e per quanto queste cose siano state di aiuto, esse sono diventate degli impedimenti, perché sono quelle cose che in continuazione canalizzano il nostro auto-sviluppo, il nostro potenziale, in specializzazioni preconcette, ben definite.

 

Leggevo un giorno nel giornale che un uomo di ventiquattro anni si era tolto la vita. Lasciò un appunto per scusarsi con i suoi genitori ed amici per quello che stava facendo, ma per lui non c’era più nulla per cui valesse la pena vivere. Scrisse: “Ho imparato ogni cosa che c’è da imparare, conosco ogni cosa che c’è da conoscere. La vita non ha nessun gusto, nessun significato”. L’articolo continuava dicendo che l’uomo aveva forse il più alto quoziente di intelligenza di ogni uomo vivente mai esaminato. Il genio della sua abilità di pensiero era più grande di quello di tutti gli altri cinque bilioni di formiche, che siamo noi; stava prendendo il suo secondo o terzo dottorato in una delle famose università della California, e si uccise. Lui avrebbe potuto essere l’uomo che salvava il mondo (qualunque cosa questo significhi) ma lui non riusciva a trovare nessun significato nella vita. Ciò che lui fece all’improvviso, velocemente ed effettivamente, è ciò che la maggior parte di noi fa lentamente, con fatica ed inefficacemente; ciò che lui fece in un secondo, in un attimo di dubbio, è quello che generalmente noi facciamo in un periodo di vita lungo e monotono spegnendo pian piano l’interesse, perdendo un poco per volta vitalità, scoprendo che il significato ci scivola tra le dita, e vivendo alla fine come formiche.

Che punto aveva raggiunto quest’uomo? Era il punto in cui, da qualche parte nel suo modello mentale di sicurezza, per continuare a svilupparsi, avrebbe dovuto abbandonare, uscire, trascendere la sua caverna.

 

Si sente molto spesso che lo sviluppo veramente spirituale non è imparare, ma disimparare. Questo è lo stesso che dire che essere un essere umano è uscire da quella caverna, perdere tutte quelle meravigliose strutture, strutture psicologiche, mentali, sociali, religiose, vie, cammini di pensiero, valori, uscire da tutto ciò. Quando quell’uomo fu confrontato con l’aver conosciuto, all’interno di ciò che era definito, ogni cosa, non era più rimasto alcun gusto, non c’era più nessun vero contatto.

Lo sviluppo, dunque, è essenziale per vivere. La fine dello sviluppo è la fine della vita, è la tomba, la caverna. All’inizio lo sviluppo avviene dentro la caverna, in altre parole, per far si che il pensiero entri nell’intuizione ci deve essere il pensiero della sicurezza, della salvezza, della fiducia, dell’amore, della tranquillità, che entra nell’intuizione, il pensiero che non è ancora un pensiero e l’intuizione che non è più un’intuizione, per dargli la possibilità (all’intuizione), la forza di prendere forma, che è: “Ho fiducia in me stesso”. Una volta che quest’atto di fede, che in realtà è la religione in cui siamo noi il nostro prete che amministra per noi stessi il sacramento, può essere fatto, possiamo lasciare la caverna. Quando siamo capaci di fare l’atto di fede, dobbiamo lasciare la caverna; andare verso nord, sud, est, ovest, su, giù, in giro, e imparare, svilupparci, crescere, esprimere, sperimentare tutto ciò che ci arriva. Se non si fa così alla fine arriviamo tutti allo stesso punto in cui arrivò il nostro giovane fratello, che pensa che nella caverna c’è un significato insufficiente e che fuori dalla caverna abbiamo paura.    

          

Pochi pensieri conclusivi devono essere condivisi per dare luce o significato al senso di svilupparsi del tutto. Il primo, che è già stato dato, è che senza sviluppo c'è la morte, proprio come senza cambiamento non c’è realtà; questa è forse la più forte ragione per sviluppare il nostro potenziale. La seconda ragione è che non c’è scopo nel vivere nella caverna per nascondesi in una vita senza scopo. Quando usciamo dalla caverna, quando facciamo l’atto di fede, lo scopo, il vero scopo nella vita, il vero scopo nel pensiero, nel sentimento, nell’azione, nella contemplazione incomincia ad emergere, e quello scopo è svilupparsi, imparare.

 

Provate ad immaginare: se dovessimo costruire un’enorme diga in mezzo al deserto, troveremmo uno scopo perché stiamo costruendo la diga. Perché? Perché avevamo desiderato farlo, perché quello era ciò in cui avevamo trovato senso. Altre persone potevano arrivare e dire che non aveva senso semplicemente perché non erano loro a farlo. Così è con le grandi piramidi Egizie. Possiamo andare a guardare queste stupende strutture e meravigliarci di qual è la loro ragione, e non dovremmo lasciarci sfuggire il fatto che la loro ragione non è nel loro essere là, strutture morte, la loro ragione è nell’esperienza dei costruttori.

Nella vita lo scopo è nel vivere, e lo scopo si rivela man mano che ci si sviluppa, naturalmente – se noi ci sviluppiamo naturalmente. Si svilupperà senza fermarsi, fino ad un punto in cui possiamo di nuovo dire che non c’era nessuno scopo. Mentre prima dicevamo che non c’era nessuno scopo perché noi gli avevamo impedito di rivelarsi, ora possiamo veramente svegliarci e vedere che lo scopo non è necessario, il che è un’esperienza totalmente diversa.

 

Ci sono questi due aspetti dello svilupparsi, principalmente tramite la mente; uno è di pensare, contemplare, su ciò che si desidera sviluppare; questa è meditazione, ogni pensiero è una meditazione; questo ci è chiaro, e tutti possiamo capirlo. L’altra cosa è l’aspetto del potere del pensiero al livello dell’intuizione; un pensiero che non è un pensiero, un’intuizione che non è un’intuizione; che noi abbiamo fede nei nostri pensieri, in noi stessi, nel nostro sviluppo, abbiamo fede nel nostro essere-senza-scopo, abbiamo fede nello scopo del nostro essere-senza-scopo. Quell’atto di fede, da se stesso e in se stesso, è una cosa di grande significato e importante, questa è religione, questa è spiritualità, questo è dietro a tutte le altre conoscenze che si sviluppano.           

 

 

 

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