Prima di entrare nel tema dello
sviluppare il proprio potenziale, è importante mettere in chiaro che questi
capitoli non possono essere considerati separatamente: ognuno deve essere visto
nella luce delle precedenti onde di pensiero, man mano che andiamo avanti a
fare il tessitore, emergerà un disegno. Creando il disegno si deve comprendere
la perfezione e l’imperfezione di ogni filo; nondimeno si dovrebbe cercare di
cogliere ogni cosa nella totalità di ciò che viene presentato ed il suo scopo,
così che possa essere il più eloquente possibile.
La questione di come possiamo
sviluppare il nostro potenziale, può essere guardata dal punto di vista di
ognuno di noi considerato come
un individuo, o lo si può guardare dal punto di vista dell’umanità nella
storia. Cerchiamo di non dimenticare che noi siamo una razza della fauna di
questo pianeta anzi, per dirlo nel miglior modo possibile– sebbene ognuno di
noi possa essere diverso come lo sono le foglie su di un albero o gli aghi di
un pino, dato che ogni disegno nella natura è in se stesso unico– noi siamo
anche molto simili. Siamo tutti di una razza, ed ogni individuo all’interno di
questa razza nel passato e nel presente rappresenta alcune di tutte le capacità
che ogni membro di quella razza ha, in un grado maggiore o minore. Usando la
parola “razza”, non intendo la razza nera, la razza bianca, le razze gialle,
verdi o arancio, intendo Homo Sapiens, l’uomo eretto. Ci sono persone che
possono arrampicarsi su alberi di palma alti tantissimi piedi nell’aria senza
alcun aiuto, e se qualcuno di noi cercasse di farlo, non ne sarebbe capace.
Tuttavia se chiedeste a quella persona di scendere giù dall’albero e di sedersi
accanto a voi, scoprireste che siete fratelli della stessa razza, e che la sua
particolare capacità si trova anche dentro di voi. Regolarmente si tengono
giochi atletici e si trovano grandi campioni che possono saltare, nuotare,
correre, lanciare meglio di noi, tuttavia proprio il fatto che possono correre
più velocemente di noi significa che anche noi abbiamo quella stessa
potenzialità di vita.
Questi esempi sono piuttosto
semplici, ma se guardiamo l’altro lato della moneta e pensiamo ai nostri
potenziali, siamo in generale accecati dall’ambiente culturale estremamente
limitato in cui siamo cresciuti o in cui viviamo, e pensiamo solo ai potenziali
che conosciamo. Se viviamo nel mondo degli uffici e siamo giovani e
incominciamo come apprendisti-impiegati, vedremo nel nostro potenziale
universale che possiamo anche diventare un impiegato, oppure potremmo diventare
un segretario direttivo. Dall’altra parte, se viviamo in un’altra società,
allora potremmo vedere il nostro potenziale dentro la struttura di
quell’ambiente.
Il primo passo da fare per
cercare di vedere come sviluppare i propri potenziali, poi, è di vedere il
potenziale totale della razza umana. Ogni cosa che l’uomo ha fatto fino adesso,
noi lo possiamo fare, ognuno di noi. E’ possibile che non siamo in grado di
fare un salto simile al più lungo salto mai fatto, è possibile che non possiamo
scrivere a macchina così velocemente come la più veloce dattilografa, è
possibile che non siamo in grado di raggiungere un livello dell’astratto e del
concettuale così espansivo e inclusivo come quello dei nostri migliori scienziati
e filosofi, ma tutto ciò che loro possono fare è fatto tramite quello strumento
chiamato essere umano, e quello strumento umano è ciò che anche noi siamo.
Il Rajasthan è una provincia
dell’India, un paese secco e sabbioso senza nessun grande fiume; perciò devono
essere fatti dei pozzi, il che non è un compito facile, ma per la gente del
Rajasthan significa scavare pozzi. In primo luogo c’è la questione del dove
scavare, dov’è che c’è acqua? Poi, del come passare attraverso la sabbia che
crolla all’interno, quanto profondamente scavare; e, alla fine, come portare su
l’acqua? Un piccolo bambino qui una volta chiese a sua madre dell’acqua, e lei
gli domandò come fa l’acqua ad arrivare al rubinetto, ma lui non lo sapeva.
Tuttavia ogni piccolo bambino nel Rajasthan sa come l’acqua arriva alla sua
capanna. La maggior parte dei bambini nel Rajasthan non ha mai sentito le
parole “intuizione” o “rabdomante”, tuttavia ogni ragazzo sa che un giorno
anche lui dovrà cercare il posto in cui scavare un pozzo sul suo stesso
terreno. Non penserà mai a questo come ad una dote speciale, un’abilità
esotica, un potere occulto – lui lo farà e muore nell’eternità del passare
delle generazioni facendo un atto di fede, di conoscenza, portando nella realtà
un potenziale che anche noi abbiamo, che ogni essere umano ha, e verso il
quale, tuttavia, proprio per la natura stessa della specializzazione in cui noi
oggi viviamo, siamo completamente ciechi. L’acqua arriva quando si apre il
rubinetto, la luce si accende quando si preme l’interruttore, e perciò il reale
contatto con la vita non si crea.
Una volta quando viaggiavo nel
Rajasthan ebbi bisogno d’acqua, e dato che ero un pò abituato a giudicare un
pozzo giusto, alla fine trovai un pozzo molto grande e profondo, in cui potevi,
soggettivamente parlando, vedere l’acqua che scorreva come se il pozzo fosse
sopra ad un fiume che passa nel
sottosuolo. Ero lì con il mio secchio attaccato ad una corda, e mentre lo
abbassavo scoprii che la corda era troppo corta, allora presi dell’altra corda
dalla macchina, feci un nodo ed abbassai il secchio. Mentre tiravo su il
secchio, pieno d’acqua, la corda si spezzò, esattamente al nodo. Perché si
spezzò al nodo? Perché non sapevo come fare un nodo. Poi passò un contadino, un
uomo semplice che non sapeva leggere e scrivere, che probabilmente non era mai
uscito dalla zona di quindici- venti miglia quadrate, che probabilmente non era
neppure in grado di cominciare ad immaginare tutto ciò che esiste nel mondo: là c’era l’uomo senza alcuna
educazione, e là c’ero io con tutto quello che la mia laurea universitaria
significa, e tuttavia quest’uomo riuscì a portare su il mio secchio, e oltre a
questo, a farmi il favore di snodare la mia corda e di unire le due parti
insieme in modo da avere una maggiore lunghezza, cosicché a quel punto era in
realtà più forte.
Cominciai allora a rendermi
conto che la mia intelligenza, la mia conoscenza era utile solo in una società
dove l’acqua viene dal rubinetto, dove la luce funziona quando tu l’accendi,
dove si impara leggendo un libro, dove qualcuno ti insegna, dove non c’è un
vero auto-sviluppo in termini di sopravvivenza, e dove continuiamo a
svilupparci solo nei termini della specializzazione della città.
Questo potrebbe non sembrarti
molto reale, poiché non sei passato attraverso l’esperienza, la sottigliezza di
pensiero ed il contatto con la realtà di quel momento. Anch’io cominciai a
vedere, come devi cercare di vedere tu, il fatto che mentre noi studiamo
musica, nessun membro di una tribù Africana la studia mai; lui la fa, egli
cresce dentro di essa. Noi impariamo a contare, impariamo a pensare, impariamo
ad analizzare, impariamo la logica e tuttavia potenzialmente non abbiamo
bisogno di imparare nulla. Il più grande ostacolo per sbloccare il potenziale,
sviluppare il potenziale, è pensare ed accettare che si deve imparare, che si
deve acquisire teoria, conoscenza astratta. L’intero sviluppo dell’uomo è stato
all’interno di ciò che egli stava sviluppando, da cui ha derivato la conoscenza
teoretica.
Per te può essere difficile
concepirlo ma, fondamentalmente, non c’è nulla che non puoi fare; il blocco è
che tu pensi che devi impararlo. Se incominciassi a farlo, impareresti tre,
quattro, cinque volte più velocemente di quanto faresti a scuola. Non vuol dire
che andare a scuola è sbagliato, significa che c’è qualcosa di sbagliato con il
metodo di educazione. Un bambino impara una lingua dal nulla, senza libri,
senza grammatica, solo dal farlo. Milleseicento anni fa al tempo di Maometto e
ancora, fino a solo quaranta o cinquant’anni fa, c’erano riunioni di abitanti
di paese in cui, durante l’intero fine settimana, ogni persona improvvisava
liberalmente poesia. Adesso ci piace leggere poesie, ma se ognuno di noi
dovesse sedersi per scrivere una poesia non ci riuscirebbe, oppure non sarebbe
una poesia molto bella, oppure sarebbe difficile renderla scorrevole. Non so se
tu ti rendi conto di questo; pensa a quegli Arabi non civilizzati, analfabeti,
selvaggi, che vivevano al tempo di Maometto senza grammatici, senza scrivere,
senza nessuno che potesse fare le cose che noi possiamo fare, e che non solo si
ricordavano migliaia e migliaia di parole di poesia sviluppate nel loro piccolo
villaggio del passato, ma che continuavano a fare delle competizioni e a mettersi
d’accordo tra loro su chi fosse il miglior poeta. Gli Zingari non imparano mai
la musica formalmente, non c’è nessuno che gli dice di fare pratica dalle
quattro alle otto, non leggono un libro e non prendono appunti, sebbene abbiano
inventato loro il sistema di notazione binaria che noi usiamo oggi nel
computer, ma nello stesso modo in cui un piccolo bambino impara la propria
lingua da sua madre, lo zingaro continua ad imparare la musica.
Con l’essere vivo nella vita,
mantenendo un interesse aperto, puoi sviluppare qualsiasi cosa su cui poni la
tua mente.
Questo è un punto estremamente
importante anche in relazione alla spiritualità; vediamo sempre più libri sullo
yoga, sulla metafisica, sulla meditazione: sempre più spiegazioni su come
farlo. La prima cosa che succede quando qualcuno desidera meditare è che trova
un libro su come farlo, ma la gente che in origine era coinvolta in queste
cose, da chi ha imparato? Lo imparavano da sé, semplicemente sviluppando il
potenziale dentro se stessi, dall’avere un interesse e dal mettere le loro
menti attivamente, appassionatamente, in quel processo. Hanno mai avuto così
fortemente quell’idea di maschile/femminile che abbiamo noi? Sembra che noi
pensiamo che un uomo possa riparare una macchina e che una donna non lo possa
fare. Perché no – il cervello di una donna è diverso da quello di un uomo?
Vediamo tutti che intellettualmente questa idea di maschile/femminile è un
blocco, semplicemente un blocco di specializzazione della società, ma allo
stesso modo ci sono dei blocchi che impediscono al potenziale di ognuno di noi
di uscir fuori.
Se analizziamo dentro noi
stessi le cose che sono necessarie per sviluppare qualche abilità, qualche
potenziale, scopriamo che naturalmente ci vuole della pratica poiché c’è una
lacuna fra il pensiero e la sua esecuzione.
Chopin potrebbe aver raggiunto
il punto in cui poteva suonare ciò che udiva, ciò che pensava e sentiva;
dall’altro lato, potrebbe essere che lui, essendosi sviluppato fino a quel
punto, sentisse molto di più di quanto potesse tuttavia suonare, poiché la
lacuna fra il pensiero e la sua esecuzione deve sempre esistere. Così abbiamo
bisogno di fare pratica.
Se stai cercando un particolare
sviluppo, la risposta si trova esattamente nel potere del pensiero, il quale se
lo osservi, ha due aspetti. Il primo aspetto è, dentro al potere del pensiero,
un atto di fede; non esiste altra fede se non quella in noi stessi. Non importa
quanto sia intelligente una persona, o quanto forte sia la sua concentrazione,
se non può fare un atto mentale di fede, che non può essere definito o
descritto, - è più di una forma di pensiero, un’azione di pensiero – egli non
si svilupperà, oppure si svilupperà con molta più difficoltà. Se non sei in
grado di fare questo atto di fede, quel secondo aspetto – che è di
concentrarsi, di contemplare, di esercitarsi mentalmente su qualcosa di te
stesso che desideri sviluppare – nonostante quest’aspetto del potere del
pensiero vada avanti, esso non ha nessun effetto. Potresti facilmente dividere
le persone che conosci fra chi è capace di fare astrattamente un atto di fede,
che è un’azione del pensiero, e chi non è capace.
Un esempio tipico per spiegare
l’atto di fede si può vedere nel primo sforzo di camminare. Un piccolo bèbè di
pochi mesi non riesce a stare in piedi, non ha equilibrio, non è forte, non può
portare bene il suo peso, non è coordinato, i suoi muscoli non funzionano bene,
ogni possibile spiegazione meccanica proverebbe che non potrebbe fare ciò che
voleva fare, e tuttavia vuole raggiungere qualcosa. Questo è sviluppo, voler
raggiungere qualcosa. Noi possiamo raggiungere solo ciò che vediamo, possiamo
sviluppare solo ciò che siamo capaci di concepire dentro noi stessi. Alcuni di
noi desiderano essere medici, ma solo perché sanno che esiste una tale cosa
come un medico. Allo stesso modo, un piccolo bambino vede sua madre, o vede una
roccia, o un fiore, un disegno sul tappeto, o un colore che gli interessa. Egli
vede qualcosa e senza un pensiero veramente persuasivo, coerente, razionale, fa
un atto di fede che lo può raggiungere; forse è seduto, forse è disteso; in
qualunque posizione sia, lui inizia a farsi strada a fatica verso dove sta
andando.
Il primo trauma potrebbe anche
iniziare a questo punto se il bambino non cresce in un ambiente di sicurezza,
perché mentre vuole raggiungere qualcosa, non può avere la stessa fiducia
incondizionata, ha paura e non capisce la sua paura. Potrebbe essere la
tensione della madre, potrebbe essere qualcosa d’altro… Uso l’esempio di un
bèbè perché i suoi pensieri non sono pensieri razionali, ben definiti,
determinati che possiamo osservare, come 1 + 1 = 2. Questi pensieri sono sulla
soglia tra essere un pensiero e non essere un pensiero, e tuttavia sono su un
livello della nostra esistenza più istintivo, più intuitivo. Potete diventare
un pittore, un musicista, un pilota di auto da corsa, un domatore di elefanti,
non importa cosa, se potete fare quell’atto di fede da cui il pensiero possa
essere eseguito.
Questo accade spesso quando
entrano in gioco le malattie mentali, le paure nella vita, la timidezza e ogni
genere di altra cosa, perché quando il pensiero inizia ad eseguire se stesso,
inizia a prender forma, sopraggiunge qualcosa per fermarlo, per ostacolarlo nel
trovare il fondamento da cui possano venire gli altri aspetti del potere del
pensiero. Quest’altro aspetto, a cui avevamo fatto riferimento come
concentrazione, contemplazione, è semplicemente un coordinamento di comandi
gerarchici. Ritornate all’esempio del bèbè – deve farsi strada a fatica verso dove
sta andando, così qualche comando deve arrivare ad un braccio per muoversi, ad
una gamba per andare avanti, al motore dei muscoli per iniziare a funzionare, e
quei comandi devono succedersi nel giusto ordine. Se la gamba si muove prima
del braccio, lui cadrà, o si capovolgerà. Qui c’è un altro campo in cui siamo
spesso nemici di noi stessi perché così spesso tentiamo di fare le cose che
vogliamo fare, le cose che vogliamo sviluppare, senza la dovuta considerazione
dell’armonia. Armonia e gerarchia sono la stessa cosa: l’armonia è soltanto un
altro modo di guardare la gerarchia; armonia è gerarchia piacevole, funzionale.
Senza quell’armonia diventiamo frustrati e impazienti. Scopriamo che quella
distanza tra il nostro pensiero astratto o desiderio e la nostra esecuzione
fisica di ciò, è troppo grande, allora si stabilisce un sistema di feed-back e
diciamo: “Pensavo di poterlo fare, ma non ci riesco”. Se questo accade
abbastanza spesso, perdiamo di nuovo l’abilità di fare nel pensiero un atto di
fede. Questo è il motivo per cui i mistici dicono sempre che la persona che ha
successo, avrà successo, perché ogni successo sarà un’impressione e
un’ulteriore re-impressione della capacità di riuscire, la capacità di colmare
il desiderio e l’esecuzione; mentre una persona che ha dei fallimenti continua
ad essere impressionata con questa incapacità di fare un ponte, e quindi è
bloccata.
Se questo capitolo deve avere
un significato, non può essere riguardo al successo, poiché volendo spiegare il
successo, si fallisce. Per coloro fra noi che hanno fede nella pazienza
gerarchica di tradurre i nostri pensieri in azione, il solo limite al nostro
sviluppo è il numero di ore che ci sono nella giornata. Ma la maggior parte di
noi è da qualche parte in un’altra situazione in cui non siamo ben in grado di
passare oltre questa soglia, sentiamo che vogliamo svilupparci ma non possiamo
– perché? Prima di tutto, nessuno può svilupparsi senza il fondamento dell’aver
accettato se stesso. Perché siamo i figli di quei genitori? Perché siamo nati
in quel periodo astrologico? Perché abbiamo ereditato una certa forma, una
certa interpretazione dell’illimitata eredità che è a nostra disposizione? Non
è di nessuna utilità analizzare il perché siamo uno Scorpione, un Leone o un
Ariete – tu sei ciò che sei, e questo è il punto da cui devi incominciare. La
maggior parte della gente fa lo sbaglio di voler essere diversa da ciò che è,
di voler essere come qualcun altro, non si può sviluppare la mente di qualcun
altro: è la tua mente, il tuo corpo, la tua anima, la tua totalità di essere. A
parte questo, fate pace con tutto ciò. Tu ed io, noi, siamo ognuno il disegno
imperfetto di un’idea. Perché voler essere come un altro disegno imperfetto?
Sebbene quell’altro disegno perfezioni qualcosa delle nostre imperfezioni, ha
anche degli errori che noi non abbiamo. Siate ciò che siete.
Una
volta che accettiamo ciò che siamo, ci devono essere alcune indicazioni su che
cosa è il nostro potenziale, e fondamentalmente queste possono essere
determinate da ogni persona in modo intuitivo. Non hai bisogno di psicologia o
astrologia che ti spieghi che cosa sei, ma poiché abbiamo talmente paura ad
accettare noi stessi, a comprendere ciò che siamo, come agiamo, come lavoriamo,
forse abbiamo bisogno di qualche aiuto, e naturalmente l’aiuto c’è. C’è la
psicologia, c’è l’astrologia, ci sono altre persone che danno feed-back su te
stesso in vesti diverse, ma nessun aiuto può essere preso come assoluto. Se
leggi un libro di astrologia che dice (tanto per fare un esempio che non è
valido) che sei condannato ad aver per sempre paura delle capre perché sei un
pesce, allora quel libro non ti aiuta, è un libro che ti ostacola, che ti
limita, non ti eleva ma ti classifica. Se c’è un maestro che ti racconta quali
cose orrende sei stato nella tua vita precedente, e che perciò soffrirai per
sempre in questa vita, questo è ciò che significa l’abuso di potere
dell’umanità: cercare di limitare, controllare, classificare, e condannare
tutti in piccoli bugigattoli. Questi fanno parte dell’intera gamma di
limitazioni che rendono l’uomo un oggetto inanimato. Io posso dirti cosa sei
condannato ad essere per sempre, ognuno di voi: sei condannato ad essere un
filosofo, uno scienziato, un amante, un pittore, un musicista, un cacciatore,
un genitore, un bambino, un amico, allora cerca di lasciar da parte quelle cose
che non ti danno la tua libertà.
A questo punto sorge un altro
problema. Il piccione è uno dei più veloci uccelli al mondo, il suo sistema di
navigazione è meraviglioso, ma ha un difetto dal quale noi siamo soliti trarre
un grande vantaggio. Se prendi un piccione e lo metti in una piccola gabbia e
chiudi la gabbia e lo tieni là per un certo periodo, lentamente dimenticherà
che una volta era libero. Tu lo rendi abituato al fatto che riceve il suo cibo
da te, lo rendi abituato alla sicurezza della sua gabbia. Devi solamente
tenerlo abbastanza a lungo in quella gabbia affinché la memoria di ciò che esso
in realtà è, un uccello libero, svanisca. Quando questo è successo puoi aprire
la gabbia e lasciar volare l’uccello, sapendo di sicuro che ritornerà sempre.
Puoi portare l’uccello in Africa, lasciarlo libero là ed egli ritornerà.
Noi siamo molto simili ai
piccioni, ritorniamo sempre ad una certa sicurezza che è tutto ciò che noi
riusciamo a ricordare. Forse in precedenza siamo stati liberi, ne abbiamo una
certa vaga brama, qualche oscuro ricordo, ma ritorniamo sempre diritti a casa.
Persino quando il cibo che mangiamo lì non è molto appropriato, persino quando
la gabbia è troppo piccola, persino se ogni genere di altra cosa non è proprio
giusta, persino se a causa della sovrappopolazione incominciamo a lottare, noi
ritorniamo diritti a casa.
Quando l’uomo si ritrova
all’improvviso libero, ha la stessa reazione del piccione – ha paura, non sa dove
sia, vuol sapere di essere da qualche parte, vuol avere un centro. Possiamo
volare in giro, alcuni di noi per venti miglia, alcuni per duecento miglia, ma
cosa mai accadrebbe se perdessimo il centro?
C’è
certamente una trappola che desideriamo, la caverna dell’uomo eretto antico, un
posto dove nascondersi, in cui sentirsi sicuro ed essere a casa. Se osservate
la sociologia dello sviluppo religioso, spirituale, morale e governativo, da
qualunque angolo lo vogliamo avvicinare, si vedrà che l’uomo ha sempre avuto la
tendenza a costruire la propria caverna. Ha sempre la tendenza ad avere una
caverna più comoda, una caverna più bella, una caverna meglio illuminata; ora
abbiamo l’allarme antifurto invece dei guardiani, ma ancora ci nascondiamo in
una caverna. A livello mentale potete capirlo nello stesso modo. L’antico
cavernicolo che affronta il non-conosciuto - tuono, morte, destino,
frustrazione; egli tagliava un albero e questo cadeva nella direzione sbagliata
– perché? Sembrava come se ci fosse qualche potere che lui non poteva capire.
Doveva capire questo potere, così aveva bisogno di controllarlo, proprio come
deve capire la propria libertà e controllarla, e quindi vive in una caverna.
Il proprio sviluppo è molto
legato alla propria sicurezza, perché col tempo, a causa del trauma della vita,
dell’esistenza, non siamo stati capaci di fare quell’atto di pensiero di fede
in noi stessi. Abbiamo dovuto costruire una legge morale, un dio, un tempio, un
governo, una scuola, un consigliere, un assistente sociale, tutti questi generi
di cose ad ogni livello della nostra realtà, per aiutarci ad attraversare
quella soglia, e per quanto queste cose siano state di aiuto, esse sono
diventate degli impedimenti, perché sono quelle cose che in continuazione
canalizzano il nostro auto-sviluppo, il nostro potenziale, in specializzazioni
preconcette, ben definite.
Leggevo
un giorno nel giornale che un uomo di ventiquattro anni si era tolto la vita.
Lasciò un appunto per scusarsi con i suoi genitori ed amici per quello che stava
facendo, ma per lui non c’era più nulla per cui valesse la pena vivere.
Scrisse: “Ho imparato ogni cosa che c’è da imparare, conosco ogni cosa che c’è
da conoscere. La vita non ha nessun gusto, nessun significato”. L’articolo
continuava dicendo che l’uomo aveva forse il più alto quoziente di intelligenza
di ogni uomo vivente mai esaminato. Il genio della sua abilità di pensiero era
più grande di quello di tutti gli altri cinque bilioni di formiche, che siamo
noi; stava prendendo il suo secondo o terzo dottorato in una delle famose
università della California, e si uccise. Lui avrebbe potuto essere l’uomo che
salvava il mondo (qualunque cosa questo significhi) ma lui non riusciva a
trovare nessun significato nella vita. Ciò che lui fece all’improvviso, velocemente
ed effettivamente, è ciò che la maggior parte di noi fa lentamente, con fatica
ed inefficacemente; ciò che lui fece in un secondo, in un attimo di dubbio, è
quello che generalmente noi facciamo in un periodo di vita lungo e monotono
spegnendo pian piano l’interesse, perdendo un poco per volta vitalità,
scoprendo che il significato ci scivola tra le dita, e vivendo alla fine come
formiche.
Che punto aveva raggiunto
quest’uomo? Era il punto in cui, da qualche parte nel suo modello mentale di
sicurezza, per continuare a svilupparsi, avrebbe dovuto abbandonare, uscire,
trascendere la sua caverna.
Si sente molto spesso che lo
sviluppo veramente spirituale non è imparare, ma disimparare. Questo è lo
stesso che dire che essere un essere umano è uscire da quella caverna, perdere
tutte quelle meravigliose strutture, strutture psicologiche, mentali, sociali,
religiose, vie, cammini di pensiero, valori, uscire da tutto ciò. Quando
quell’uomo fu confrontato con l’aver conosciuto, all’interno di ciò che era definito,
ogni cosa, non era più rimasto alcun gusto, non c’era più nessun vero contatto.
Lo sviluppo, dunque, è
essenziale per vivere. La fine dello sviluppo è la fine della vita, è la tomba,
la caverna. All’inizio lo sviluppo avviene dentro la caverna, in altre parole,
per far si che il pensiero entri nell’intuizione ci deve essere il pensiero
della sicurezza, della salvezza, della fiducia, dell’amore, della tranquillità,
che entra nell’intuizione, il pensiero che non è ancora un pensiero e
l’intuizione che non è più un’intuizione, per dargli la possibilità
(all’intuizione), la forza di prendere forma, che è: “Ho fiducia in me stesso”.
Una volta che quest’atto di fede, che in realtà è la religione in cui siamo noi
il nostro prete che amministra per noi stessi il sacramento, può essere fatto,
possiamo lasciare la caverna. Quando siamo capaci di fare l’atto di fede,
dobbiamo lasciare la caverna; andare verso nord, sud, est, ovest, su, giù, in
giro, e imparare, svilupparci, crescere, esprimere, sperimentare tutto ciò che
ci arriva. Se non si fa così alla fine arriviamo tutti allo stesso punto in cui
arrivò il nostro giovane fratello, che pensa che nella caverna c’è un
significato insufficiente e che fuori dalla caverna abbiamo paura.
Pochi pensieri conclusivi
devono essere condivisi per dare luce o significato al senso di svilupparsi del
tutto. Il primo, che è già stato dato, è che senza sviluppo c'è la morte,
proprio come senza cambiamento non c’è realtà; questa è forse la più forte
ragione per sviluppare il nostro potenziale. La seconda ragione è che non c’è
scopo nel vivere nella caverna per nascondesi in una vita senza scopo. Quando
usciamo dalla caverna, quando facciamo l’atto di fede, lo scopo, il vero scopo
nella vita, il vero scopo nel pensiero, nel sentimento, nell’azione, nella
contemplazione incomincia ad emergere, e quello scopo è svilupparsi, imparare.
Provate ad immaginare: se
dovessimo costruire un’enorme diga in mezzo al deserto, troveremmo uno scopo
perché stiamo costruendo la diga. Perché? Perché avevamo desiderato farlo,
perché quello era ciò in cui avevamo trovato senso. Altre persone potevano
arrivare e dire che non aveva senso semplicemente perché non erano loro a
farlo. Così è con le grandi piramidi Egizie. Possiamo andare a guardare queste
stupende strutture e meravigliarci di qual è la loro ragione, e non dovremmo
lasciarci sfuggire il fatto che la loro ragione non è nel loro essere là,
strutture morte, la loro ragione è nell’esperienza dei costruttori.
Nella vita lo scopo è nel vivere,
e lo scopo si rivela man mano che ci si sviluppa, naturalmente – se noi ci
sviluppiamo naturalmente. Si svilupperà senza fermarsi, fino ad un punto in cui
possiamo di nuovo dire che non c’era nessuno scopo. Mentre prima dicevamo che
non c’era nessuno scopo perché noi gli avevamo impedito di rivelarsi, ora
possiamo veramente svegliarci e vedere che lo scopo non è necessario, il che è
un’esperienza totalmente diversa.
Ci sono questi due aspetti dello svilupparsi, principalmente tramite la mente; uno è di pensare, contemplare, su ciò che si desidera sviluppare; questa è meditazione, ogni pensiero è una meditazione; questo ci è chiaro, e tutti possiamo capirlo. L’altra cosa è l’aspetto del potere del pensiero al livello dell’intuizione; un pensiero che non è un pensiero, un’intuizione che non è un’intuizione; che noi abbiamo fede nei nostri pensieri, in noi stessi, nel nostro sviluppo, abbiamo fede nel nostro essere-senza-scopo, abbiamo fede nello scopo del nostro essere-senza-scopo. Quell’atto di fede, da se stesso e in se stesso, è una cosa di grande significato e importante, questa è religione, questa è spiritualità, questo è dietro a tutte le altre conoscenze che si sviluppano.