STORIE  JATAKA  Raccontate da NOOR INAYAT KHAN     

 

 

E mentre Buddha era seduto, e tutti intorno ascoltavano, Egli raccontava le seguenti storie.

“Figli miei”, disse, “Ora non sono venuto tra voi come la tua Guida per la prima volta; sono venuto prima tante volte; talvolta come un bambino fra i piccoli bambini, talvolta fra gli animali come uno di loro genere, e sempre amavo loro come vi amo ora; talvolta nella Natura, tra i fiori, ho tracciato una via per voi e voi non avete  saputo.

Così il vostro Buddha (Guida) venne una volta come una scimmia in mezzo delle scimmie, come un cervo in mezzo dei cervi, ed Egli fu loro capo e la loro Guida”,  

 

 

L’OCA D’ORO

 

 

“Sulla nostra città stanno passando delle nuvole d’oro!” gridò un giorno il popolo di Benares, perché il cielo era coperto d’oro. Non era né una nuvola né l’oro che una stella può lasciare sulla sua scia; l’oro stava scendendo dalle ali di un’oca, un’oca meravigliose, che volava lentamente e maestosamente nell’aria.

Il Re guardava in alto dalla torre del suo palazzo. “Grande uccello,” esclamò con stupore, “di quelli che volano nello spazio tu sei certamente il re.”

Ed egli chiamò i suoi cortigiani; fu suonata della musica, ghirlande di fiori ed essenze furono portate, e così il Re onorava lo splendido visitatore.

L’oca guardò giù e vedendo il Re ed i suoi cortigiani, e le ghirlande di fiori, e sentendo la dolce musica, si girò verso lo stormo d’oche che lo seguivano:

“Perché il Re mi onora in questo modo?” chiese.

“Signore, sicuramente desidera diventare vostro amico,” risposero le oche.

Nel sentire ciò l’uccello d’oro scese sulla terra e salutò il Re; dopo tornò dai suoi compagni nel cielo.

Il giorno seguente il Re stava camminando nei giardini vicino al lago d’Anokatta quando il grande uccello ritornò da lui, trasportando acqua su un’ala e polvere di sandalo sull’altra. La sua visita non durò più a lungo di quella precedente, perché dopo avere spruzzato l’acqua sul Re, e cosparso la polvere su di lui, raggiunse immediatamente i suoi compagni e volò via verso il suo regno di Cittakutta.

Col trascorrere del tempo il Re di Benares desiderava sempre più ardentemente di vedere ancora una volta l’uccello d’oro. Ogni giorno passeggiava vicino al lago d’Anokatta ed ogni giorno, guardando nell’orizzonte lontano, sospirava: “Il mio amico tornerà ancora una volta?”.

Ma l’uccello d’oro era lontano nelle montagne di Cittakutta, con il suo stormo di novanta mila oche. Tutti amavano il loro Re ed erano molto, molto felici.

Ma un giorno le due oche più giovani dello stormo andarono dal Re e dopo essersi inchinate con molto rispetto, dissero:

“Veniamo per prendere congedo da voi, o Re! Faremo una corsa col sole.”

“Piccoli miei,” rispose il Re, “le vostre ali sono troppo deboli perché volino con il sole; morirete per la strada; perciò siate saggi e non andate.”

Ma le giovani oche insistettero. Chiesero una seconda volta ed una terza volta e quando non ebbero che la stessa risposta dal loro Re, decisero di partire senza il suo permesso.

Così, prima dell’alba, si svignarsela quatto quatto al Monte Yughandara ed aspettarono fino a quando il sole fece la sua apparsa.

Ma il Re sapeva che le piccole oche sciocche erano partite, e che stavano in attesa sul Monte Yughandara. Volò velocemente alla montagna e quando il grande sole rosso fece la sua apparizione nel cielo, e le due piccole oche aprirono le loro ali, lui le seguì.

Dopo che la più piccola ebbe volato per qualche ora, le sue ali iniziarono a battere debolmente e non potevano più portarla oltre. Ma il Re volava al suo fianco e quando vide che la giovane oca era sul punto di cadere sulla terra, salì verso di lei e la calmò e la portò sulle sue ali a Cittakutta.

Poi l’uccello d’oro tornò dall’altra piccola oca e volando più veloce del sole la raggiunse e volò al suo fianco.

“Signore,” piangeva la giovane oca, “non posso volare più a lungo.” Il grande uccello la prese gentilmente sulla sua ala e portò anche lei a Cittakutta.

“Che cosa succederebbe se corressi più veloce del sole, che sta proprio ora al suo zenit?” pensò il grande uccello.

E attraversando le nubi, attraversando lo spazio, oltrepassava mille volte il sole.

Ma dopo un po’ pensò: “Cos’è per me il sole? Perché dovrei correre con lui? Una missione ancora più grande mi attende. Andrò dal mio amico, il Re di Benares e gli parlerò con saggezza e lui ed il suo popolo saranno felici.”

Allora egli volò sopra il mondo intero, da un estremo all’altro, finché giunse a Benares.

Ancora una volta la città fu illuminata con una foschia d’oro. E scendendo lentamente, l’uccello d’oro si posò davanti ad una finestra del palazzo.

“Il mio amico è venuto!” gridò il Re con gioia. E applausi risuonarono dentro il palazzo. Il Re stesso portò un trono d’oro per l’uccello e lo invitò: “Vieni qui e siedi con me.”

E dopo avergli fatto rinfrescare le ali con profumo e avergli dato dell’acqua fresca da bere, il Re sedette al suo fianco in modo che essi potessero conversare insieme.

“Da dove vieni, uccello meraviglioso? Dal momento in cui hai volato sopra Benares, ho desiderato intensamente di vederti ancora,” disse il Re.

“Vengo da Cittakutta, dalle montagne silenziose,” rispose la grande oca.

Raccontò poi al Re la storia della sua corsa con il sole. Gli occhi del Re luccicavano nell’ascoltarlo.

“E’ possibile poter vedere la tua corsa col sole?” chiese umilmente all’uccello.

“No,” rispose l’oca, “non può essere mai vista. Ma è possibile mostrarti in altro modo, o Re, la velocità del mio volo.”

“In che modo, uccello meraviglioso?” domandò il Re.

“Raduna quattro arcieri,” disse l’uccello, “e ordina loro di scoccare le loro frecce contro un muro, tutte contemporaneamente e prima che esse tocchino la parete le afferrerò nel mio becco.”

Il Re fece come l’uccello aveva richiesto, e quando i quattro arcieri scoccarono le loro frecce, il grande uccello le afferrò. Nessuno freccia toccò la parete.

“Meraviglioso!” esclamò il Re. “Ma si può mai paragonare una qualche velocità alla tua, o uccello miracoloso?”

“Sì,” rispose l’uccello, “c’è una velocità maggiore della mia. Centinaio di volte più rapida, mille volte, cento mila volte più rapida è la velocità del Tempo. Piaceri, ricchezze, palazzi! Il tempo se li porta via più rapidamente del mio volo più veloce.”

Il Re sentendo queste parole tremò per lo spavento. Ma l’uccello lo consolò e gli parlò gentilmente:

“O Re,” disse, “non temere. Se ami il tuo popolo e cerchi di renderlo felice, che problema c’è se il tempo va avanti?”

Le lacrime riempirono gli occhi del Re. “Grande uccello,” disse, “non lasciarmi solo a regnare. Resta per sempre al mio fianco nel palazzo e parlami, affinché possa essere felice e possa rendere felice il mio popolo.”

“No,” disse l’uccello d’oro, “non resterò. Un giorno dopo avere bevuto del vino, tu potresti dire: “Uccidete quell’uccello affinché possiamo farne un banchetto.”

“Non assaggerei mai del vino mentre tu sei qui!” esclamò il Re.

“Gli urli dei leoni e degli uccelli sono chiari e veri,” disse l’oca, “ma le parole degli uomini non sono vere come queste. No, tornerò al mio regno e se tu mi ami saremo amici, benché lontani.”

“Non ti vedrò mai più?” esclamò il Re.

“Un giorno forse ritornerò,” disse l’oca “e allora ci rivedremo di nuovo.”

Con queste parole aprì le sue ali e si librò in alto nell’aria; il cielo divenne di nuovo d’oro e il regno fu felice per sempre.

(Indice "Gemme" # 59)                                                      (Indice "L'Angolo della Poesia")