
LA CERTEZZA DELLA VITA NELL'ALDILÀ
Da Pir-o-Murshid Hazrat Inayat Khan
Beneamati di Dio,
Vorrei dirvi alcune parole sulla questione riguardante la certezza della vita nell'aldilà. Questa é una questione che occupa ogni mente. Nella vita, prima o poi, una persona inizia a pensare se esiste una tale cosa come la continuità della vita. Ci sono molti che, con la loro idea pessimistica, pensano che dopo sembri non ci sia nulla. E ci sono altri che, data la loro idea ottimistica, pensano: se c'é qualcosa oppure se non c'é qualcosa, é preferibile pensare che ci sia qualcosa. Tuttavia, nel momento in cui una persona pensa che dopo la morte non vi sia nulla, questo pensiero é il più doloroso. E quante ragioni può avere a supporto del suo credo, quel credo é peggiore della morte. Ci sono alcuni che tramite diversi fenomeni vogliono avere la prova della vita nell'aldilà. Ma incontrano novantanove delusioni e forse una realtà. E quando arriviamo all'idea del Sufi, la sua idea é che la vita vive, e la morte muore. In altre parole: per la vita non vi é nessuna morte, e per la morte non vi é nessuna vita. Ma il suo modo di raggiungere la certezza della vita non é solamente intellettuale. Poiché una persona può studiare per tutta la sua vita tutte le filosofie, tutte le metafisiche che possono in ogni modo provare, con dei ragionamenti, che c'è la continuità della vita, e tuttavia questa realizzazione, ottenuta con lo sforzo della mente, non darà quel sentimento di certezza che si vorrebbe avere. Il Sufi, quindi, pratica quel processo tramite cui è in grado di toccare quella parte della vita in se stesso che non è soggetta alla morte. E scoprendo quella parte della vita, lui ottiene naturalmente quel sentimento di certezza di vita. Questo lo rende più certo della vita di qualunque altra cosa al mondo. Poiché lui vede in tutte le cose mutevolezza e limitazione. Dato che ogni cosa che è composta è soggetta ad essere decomposta: ogni cosa nata è soggetta alla morte. Ma lui scopre, nello scoprire quella vita, che quella vita era in se stesso, e che era la vera vita, e tutto il resto che sa riguardo alla vita inizia a perdere la sua importanza.
Ed ora direte: "In che modo scopre in se stesso quella vita che mai è nata e mai morirà?" Con l'auto-analisi; ma secondo ciò che i mistici sanno dell'auto-analisi. Comprendere che cosa è per noi quello che noi chiamiamo 'il corpo'. Che relazione noi abbiamo verso di esso. E con il comprendere di che cosa consiste questa mente che noi chiamiamo mente. E poi comprendendo che: "Allora, io sono il mio corpo, io sono la mia mente?" Arriva un momento in cui comincia a vedere che lui stesso è colui che conosce il proprio corpo, la propria mente. Ma arriva a questa realizzazione solamente quando può tenere tra le sue mani il corpo e la mente come dei suoi oggetti, che lui usa per il suo scopo nella vita. Dal momento che ha fatto questo, allora il corpo e la mente, queste due cose, diventano come le due corde che la persona si mette addosso per nuotare nell'acqua, e non c'è nessun pericolo di affogare. Lo stesso corpo e la stessa mente che, almeno nel suo pensiero, causano all'uomo la mortalità, lo stesso corpo e la stessa mente, diventano allora i mezzi per salvarsi dall'annegare nell'acqua della mortalità.
In realtà la mortalità è una nostra concezione, l'immortalità è la realtà. Noi ci facciamo una raffigurazione della mortalità perché non conosciamo la vera vita. Con la realizzazione della vera vita il paragone tra la vera vita e la mortalità ci fa comprendere che la mortalità è non-esistente. Perciò non sarebbe un'esagerazione se dicessi che il lavoro di un Sufi è un disimparare. Ciò che é abituato a chiamare o a riconoscere come vita incomincia allora a riconoscerlo come morte. E ciò che é abituato a chiamare morte incomincia allora a riconoscerlo come vita. E perciò per lui sia la vita che la morte non sono condizioni cui é soggetto, ma sono condizioni di cui é egli stesso la causa. Un grande Sufi persiano, Bedil, dice: "Da me divento schiavo, da me divento libero". Se dovessi interpretarlo in un linguaggio semplice affermerei che: " Tramite me stesso muoio, tramite me stesso vivo". Ma perché un Sufi dice questo? Perché non lo dicono tutti? Perché per un Sufi è una condizione che lui apporta; per qualunque altra persona è una condizione in cui è impotente. E adesso mi chiederete: "In che modo si può apportare questa condizione?". La prima cosa è che, in ogni piccola cosa nella vita, si deve imparare il modo di disimparare. Poiché la difficoltà più grande che trovo nel mio stesso lavoro è quando una persona viene da me e dice: "Adesso ho imparato fino a questo punto, aggiungerai qualcosa in più alla mia conoscenza?" E nel mio cuore mi dico: "Più tu hai imparato e peggio è per me. E se volessi aggiungere qualcosa ad essa, non sarebbe aggiungere, sarebbe togliere da essa, affinché possa toglierti il peso di tutto ciò che hai imparato, in modo che tu sia prima in grado di disimparare, e che tramite questo disimparare ciò che verrà sarà il vero imparare. Ma si potrebbe dire: "Allora per noi è tutto inutile ciò che abbiamo imparato nella via?" E la risposta è: "No, è tutto utile, ma per che cosa? Per quell'obiettivo che stai ricercando. Quando tu desideri cercare il segreto della vita, l'imparare che s'intende l'imparare, quella è la prima cosa da disimparare". Senza dubbio è qualcosa che per ognuno è difficile capire. Tuttavia quando leggiamo la vita di Rumi, un grande Maestro, la prima lezione che il suo Maestro, Shams Tabriz, diede a Rumi è stata quella: "Disimpara tutto ciò che hai imparato". E adesso mi potreste chiedere: "Questo disimparare significa dimenticare tutto ciò che si è imparato? Assolutamente no. Non è necessario. Questo disimparare vuol dire: essere in grado di dire con ragione, con logica, il contrario di ciò che si conosce. Quando sei abituato a dire: "Questo è sbagliato, questo è giusto, questo è bene, questo è male, questo è grande e questo è piccolo, questo è più elevato, questo è più basso, questo è spirituale e questo è materiale, questo è su e questo è giù, e questo è davanti e questo è dietro", se riesci ad usare per ciascuno le parole opposte con ragione e con logica, naturalmente hai disimparato ciò che prima avevi imparato. E' dopo di questo che inizia la realizzazione della Verità. Poiché allora la mente non è fissata. Ed è allora che si diventa vivi, dato che la sua anima è nata. Ed allora che si diventa tolleranti, ed è allora che si perdona. Poiché si comprenderà sia l'amico sia il nemico. Allora lui non ha mai un punto di vista; ha tutti i punti di vista. Potreste dire: "Non è pericoloso avere tutti i punti di vista, poi io non ho il mio punto di vista?" Non è necessario. Tu puoi avere una stanza nella tua casa, oppure puoi avere dieci stanze nella tua casa e puoi usarle ciascuna come preferisci. Il suo punto di vista diventa così ampio come tutti i punti di vista che riesce a vedere. Ma tutto questo si ottiene per mezzo di un processo meditativo, rigirando sé stessi, portandosi ad un ritmo appropriato, con la concentrazione, la contemplazione, con la meditazione, e con la realizzazione; con il morire e il vivere, insieme, allo stesso tempo. Per elevarsi al di sopra della morte bisogna prima morire. Per innalzarsi al di sopra della mortalità bisogna prima sapere che cos'è. Ma questo è certo, che se c'è una cosa, che è la più grande e la più importante che si desidera compiere nella vita, quella è una, e quella cosa è elevarsi al di sopra della concezione della morte.