STORIE JATAKA Raccontate da NOOR INAYAT KHAN
E mentre Buddha era seduto, e tutti intorno ascoltavano, Egli raccontava
le seguenti storie.
“Figli miei”, disse, “Ora non sono venuto tra voi come la
tua Guida per la prima volta; sono venuto prima tante volte; talvolta come un
bambino fra i piccoli bambini, talvolta fra gli animali come uno di loro genere,
e sempre amavo loro come vi amo ora; talvolta nella Natura, tra i fiori, ho
tracciato una via per voi e voi non avete saputo.
Così il vostro Buddha (Guida) venne una volta come una scimmia in mezzo
delle scimmie, come un cervo in mezzo dei cervi, ed Egli fu loro capo e la loro
Guida”,
IL GRANDE ELEFANTE
Lontano, lontano nel deserto sabbioso c’era una piccola
oasi di palme e fiori. Ed in quell’oasi, come un eremita solitario, viveva
un elefante, un elefante bellissimo. Mangiava i frutti degli alberi, e si abbeverava
ad un piccolo ruscello che scorreva fra le rocce. Viveva felice, danzando tra
gli alberi di banane, osservando il venire del giorno e della notte sul deserto.
Ma un giorno, mentre stava danzando, giunsero alle sue orecchie alcune voci
sconosciute.
“Di chi sono queste voci? “ chiese a stesso. “Non sono forse
voci degli uomini, degli uomini infelici? Ma chi sono quegli uomini, e perché
attraversano il deserto? Certamente si sono persi, o forse soffrono per un dolore
terribile.”
Erano questi i pensieri del bell’elefante quando camminava nella direzione
delle voci. Percorse una certa distanza sulla sabbia rovente quando incontrò
una grande folle d’uomini tutti insieme al punto di morire, ed a quella
vista pietosa, i suoi occhi, per la prima volta nella sua vita felice, si riempirono
di lacrime.
“O viaggiatori,” disse loro con voce gentile, “da dove venite,
e dove andate? Avete perso la vostra strada nel deserto? Raccontami, o uomini,
affinché io possa aiutarvi in qualche modo.”
Gli uomini furono talmente felici di sentire queste parole gentile che si inginocchiarono
davanti a lui.
“O bellissimo essere,” dissero, “siamo stati scacciati dal
nostro Re fuori del nostro paese e abbiamo vagato in mezzo al deserto per molti
giorni. Non una goccia d’acqua da bere abbiamo trovato, nemmeno del cibo
che potesse darci forza.”
“Aiutaci, o prezioso amico,” piansero; “aiutaci.”
“Quanti siete?” chiese l’elefante.
“Siamo un migliaio,” risposero, “ma molti sono morti lungo
il tragitto.”
L’elefante li fissò. C’era chi piangeva per l’acqua,
chi chiedeva del cibo.
“O uomini, voi siete deboli,” disse, “e la città più
vicina è per voi troppo lontana perché possa raggiungere senza
cibo e acqua. Perciò incamminatevi verso la collina che avete di fronte.
Al suo piede troverete il corpo di un enorme elefante che vi rifornirà
di cibo, e lì vicino scorre un ruscello d’acqua fresca.”
Quando finì di parlare, cominciò a correre sulla sabbia rovente
e scomparve così com’era venuto.
“Dove è andato il grande elefante? E perché è andato
via così di fretta?”
Egli andò dritto alla collina, la stessa collina che aveva indicato agli
uomini; ma prese un’altra strada in modo che gli uomini non potessero
vederlo. Si arrampicò fino alla cima della collina e poi, dal suo punto
più alto, con un balzo possente, il suo meraviglioso corpo precipitò
fin giù sulla terra.
Quando gli uomini giunsero sul posto, fissarono quella forma gigantesca e furono
colti da un grande spavento.
“Non è questo il nostro amico elefante?” esclamò uno
di loro.
“Questa faccia è la stessa faccia, gli occhi, benché chiusi,
sono gli stessi,” disse un altro.
E tutti loro si sedettero sulla sabbia e piansero amaramente.
Poco dopo, uno tra loro prese la parola.
“Compagni,” disse, “non possiamo mangiare quest’elefante
che ha dato la sua vita per noi.”
“No, amici,” disse un altro, “se non mangiamo quest’elefante,
il suo sacrificio sarà stato inutile, e moriremo prima di arrivare in
un’altra città. Così non saremo aiutati, né sarà
esaudito il desiderio del nostro elefante.”
Gli uomini non parlarono più, bensì chinarono le loro teste sulla
sabbia rovente e mangiarono la carne con le lacrime negli occhi. E ciò
li rese forti, fortissimi, al punto che furono in grado di attraversare il deserto
e di raggiungere una città dove i loro problemi finirono. Non dimenticarono
mai il grande elefante, e vissero sempre felici.
Etiche Hopi
State felici per poter vivere a lungo
Le preoccupazioni vi fanno ammalare.
Arrabbiarsi è una cattiva abitudine
Se colui che è innocente non si arrabbia
vivrà a lungo.
Colui che è ha qualcosa da rimproverarsi
Perderà la salute a causa dei suoi pensieri malvagi.