SERMONE del 15 Maggio 2005

di Murshid Nawab durante la Spring School in Malvaglia

 

Amati di Dio,

 

Quello che è così singolare nelle sacre scritture che abbiamo sentito oggi è, prima di tutto, la loro bellezza. Sebbene non possiamo mettere la bellezza in una definizione, tuttavia la gente in tutto il mondo, quando vuole esprimere qualcosa di bello, si rivolge spesso all’immagine della luce. Nello stesso modo, anche se il Divino non può essere spiegato in lingua umana, tuttavia quando i profeti e i messaggeri si sono sforzati di portarci quello che loro hanno intraveduto dall’Infinito, vengono fuori in abbondanza immagini di luce. Ancora di più, le immagini qui sono, se non esattamente intercambiabili, almeno compatibili. L’immagine di una scrittura potrebbe facilmente trovare casa nella scrittura di un’altra religione.

 

Per esempio, nella scrittura Indù abbiamo sentito: “O sole, fonte di vita…. Vedente solitario del cielo”, e ciò dà l’immagine che la fonte di luce è, allo stesso tempo, chi vede e ciò su cui la luce splende. Questo non è diverso dalla scrittura Cristiana, che dice: “La lampada del corpo è l’occhio”. E’ l’occhio che vede, ed è l’occhio che dà luce. Questa è una dottrina mistica conosciuta in varie forme in ogni parte del mondo, perché non è l’apparato fisico che è qui inteso, ma il potere del vedere, oppure consapevolezza; e il vedente, ciò che è visto e la capacità di vedere sono uno, proprio come l’amante, l’amata e l’amore che li attira insieme sono uno – e se così non fosse, non avremmo potuto trovare nessuna gioia nel nostro amato.

 

Considerate anche questo parallelo: la scrittura Indù dice: "Quello Spirito lontano dentro di Te, è il mio più intimo spirito”. E quando il Buddha sentì i suoi discepoli addolorarsi del fatto che avrebbero perso la luce del mondo, con tutto il suo potere, con tutto il suo respiro e pensiero, come ultimo dono al mondo lui disse: “Sii una luce a te stesso”. In altre parole, non cercare la luce del mondo in nessun altro posto se non in te stesso; trova quella luce, e fa sì che essa illumini la via della tua vita.

 

Il potere del pensiero è così chiaramente indicato nel testo di Zoroastro, che dice: “Il primo pensiero di Ahura Mazda risplendeva in innumerevoli scintille di luce e riempiva gli interi cieli”. Questo ci lascia certamente pensare alle parole dell’Antico Testamento: “Che Luce sia”. La luce, in altre parole, è un’emanazione di consapevolezza, e più grande è la consapevolezza, più grande è la luce. E’ quello che Gesù sta cercando di farci ricordare, quando Lui dice: “Quando il tuo occhio è sano, il tuo intero corpo è pieno di luce, ma quando il tuo occhio è malvagio, il tuo intero corpo è pieno di oscurità.”. Il corpo qui significa qualcosa di più della nostra carne. Il Maestro non ci sta consigliando di entrare in una stanza buia e spogliarci per vedere se emettiamo luce. Se facessimo così, la maggior parte di noi rimarrebbe delusa. No, è questo: abbiamo un corpo di carne da usare, ma siamo molto più di quello; siamo una collezione di pensieri e sentimenti e azioni, una collezione di forme, in termini artistici ”un corpo di lavoro”, di ciò che abbiamo fatto della nostra vita, ed è un corpo molto più grande della produzione di qualunque autore o arista. E questo corpo dà luce? Oppure è pieno d’oscurità? Se la nostra consapevolezza è fissata sulle limitazioni, e specialmente sulle limitazioni imposte dal proprio ego, allora c’è un bel po’ d’oscurità. Se abbiamo invece focalizzato i nostri cuori e le nostre menti sulla verità, in qualunque modo la percepiamo, allora, anche il nostro intero corpo sarà pieno di luce.

 

Le scritture riconoscono quanto sia difficile aprirsi a quella verità senza esserne accecati.

Le scritture Indù dicono: “Il volto della verità rimane nascosto dietro un cerchio d’oro”. In altre parole, la verità è spesso oscurata da forme, persino da una forma che è bellissima. La forma adorna la verità, ma allo stesso tempo la vela. In realtà, la verità non può essere confinata in nessuna forma, e giacché è oltre le forme, così la verità, nelle parole della scrittura, è dietro il cerchio d’oro. Per questa ragione la scrittura supplica: “O Dio di luce, svelala, così che io, che amo il vero, possa vedere”. E poi continua: “Diffondi la tua luce e ritira il tuo splendore che acceca, così che possa vedere la tua forma radiosa”. Il che vuol dire, diffondi la tua luce, non lasciare che la tua luce sia talmente concentrata che non sono capace di sopportarla. Mostrami la verità, ma gentilmente.

 

Questo può essere un viaggio di tanti anni, prima che saremo capaci di lasciare dentro la luce del giorno, e guardare la luce direttamente – per lo più perché significa che l’identità che serbiamo nel cuore così tanto non è niente più di una bolla sulla superficie di un infinito mare. Ma quando alla fine diventiamo consci di quella luce che tutto pervade, allora possiamo veramente comprendere il tratto della scrittura ebraica: “Il sole non tramonterà più, la luna non si oscurerà più; poiché il Signore sarà la tua luce perenne, e il tuo Dio, la tua gloria”. Se una volta siamo venuti nella presenza della Divina Verità, allora le ombre della vita quotidiana non limitano più la nostra comprensione. Allora abbiamo più luce costante dalla quale possiamo dipendere.

 

Se c’è qualche dubbio che questa “illuminazione” sia un processo naturale, considera il tratto della scrittura islamica, che dice: “Tutto ciò che è in cielo e sulla terra dà gloria ad Allah”. Gloria significa luce; l’intera creazione è venuta da una singola fonte, ed è naturale che tutte le forme e tutti gli esseri riflettano la luce dalla loro divina origine, perché, come è detto: “Egli creò i cieli e la terra per manifestare la verità”. Questa è la ragione per cui nel Vadan, nella preghiera Rasul, c’è: “Il sole all’alba della creazione, la luce dell’intero universo, il raggiungimento della meta di Dio…” Nel riconoscere la luce della verità risiede il raggiungimento della divina meta, e ciò che Dio ha progettato, deve essere raggiunto.

 

E’ per questo che dovremmo ricordarci che, per quanto grigi e tempestosi siano i cieli della nostra vita, tuttavia la luce brilla sopra le nuvole, e il Padre Celeste non lascerebbe nessuna parte della Sua creazione nell’oscurità. In verità, siamo

tutti fatti di luce, e se soltanto arriviamo a riconoscere questo, staremo compiendo il nostro sacro dovere di glorificare il Creatore con ogni pensiero e con ogni parola e con ogni azione. Come dicono le Upanishad: “lo Spirito che sembra essere così lontano, così irraggiungibile, è la parte più intima di me”.

 

Se soltanto ci voltiamo verso l’interiore con il giusto atteggiamento, la scintilla divina nascosta dentro può diventare una lampada splendente, che illumina il nostro intero essere e il mondo intorno a noi, così che, dove una volta vedevamo solo illusione, ora possiamo vedere la verità ovunque.

 

 Indice "Gemme" 63                                                        Indice "Articoli"