
Non
c’era nessun miracolo sulla via per Damasco, quel giorno del mio arrivo. Era lunedì, verso le quattro di pomeriggio,
e la strada era completamente bloccata dal traffico. Era Ramadan, e mi sembrava che tutta la
popolazione di questa città era di fretta per
ritornare a casa per mangiare! Così, la mia prima impressione di Damasco era di una città grigia, piena di macchine, pulmini, furgoni,
rumore, polvere, claxon…però, ero già innamorata di lei! Dal momento dell’atterraggio, vedendo il
terreno del deserto sdraiato di sotto, con i suoi colori pastello nella morbida
luce del pomeriggio…..
Questo
era un viaggio che è cominciato circa quattro mesi
prima, quando ho letto in una rivista inglese un articolo scritto da Elias Amidon e Rabia Elizabeth Roberts dove
raccontavano uno dei loro viaggi in Siria, una parte del loro lavoro
continuo per la pace in quella zona del mondo, continuamente in conflitto. Non sapevo niente di loro in quel momento,
neanche che erano tutti e due Sufi,
lui un ‘murshid’ e lei ‘murshida’
! Sapevo soltanto che dovevo andare anche io, il
prossimo viaggio. Non c’era niente ‘di sicuro’ in quel momento – non c’erano ancora abbastanza
inscritti per il viaggio; tanti americani avevano già cancellato il viaggio in
ottobre, un po’impauriti dalla situazione, ed Elias non era certo che ci
sarebbero state abbastanza persone per novembre. Ho dovuto aspettare – non sempre con
pazienza! – per sapere.
Però,
la mattina del 10 novembre, sono partita molto presto dall’ aeroporto
di Firenze…e alle 15.00 ho sentito il primo soffio d’aria di Damasco. Non era per niente
una sorpresa quando, il giorno dopo, mi
veniva spiegato che il nome ‘Damasco´ nella tradizione mistica vuole dire ‘Soffio
d’ Amore’ .
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La
prima sera, ci siamo trovati tutti insieme per la
prima volta: diciotto persone che avrebbero condiviso, nelle prossime due
settimane, un’esperienza fortissima, emozionante, profonda anche dura. Insieme con Elias e Rabia, come
insegnanti, c’erano Pir-o-Murshid Shabda
e sua moglie Taman. La musica di Shabda
sarebbe poi stata una parte importantissima ed integrante del nostro
viaggio. Si, diciotto stranieri, insieme
per la prima volta. Perché
eravamo là? Che
cosa ci ha raccolti insieme? Elias e Rabia, nella loro presentazione di questo
pellegrinaggio, hanno spiegato molto
chiaramente che il nostro obiettivo non era di ‘fare’ qualcosa, non eravamo in Siria per ‘fare pace’. Tutt’altro.
Eravamo in Damasco per essere testimoni, per ascoltare quello che gli
altri avevano da dire, per vedere con gli occhi aperti e senza giudizio, e
soprattutto per conoscere la gente.
Così, il programma in Damasco era tutto basato sui questi obiettivi. ‘Conoscere la gente’: cosa vuole
dire? Condividere la preghiera, sia in
moschea che chiesa, essere aperti nel nostro comportamento per invitare al
dialogo, mettersi al tavolo insieme per
mangiare, conversare…..niente di ‘grande’, tutto umano.
Il
gruppo era veramente un buon ‘minestrone’ di
persone! Eravamo soltanto in quattro dall’ Europa: tre
olandesi ed io. Gli altri erano
americani, persone di grande coraggio, dato il clima
verso il governo americano in certe
parti del Medio Oriente. Alcuni hanno
espresso le paure, le incertezze prima di partire: come sarebbero stati accettati? Cosa avrebbero potuto trovare – risentimento? rabbia?
Però, sono venuti lo stesso, ed il loro
coraggio è stato più che pagato dal caldissimo benvenuto dappertutto. Abbiamo toccato la saggezza del popolo
siriano quando hanno detto in parole semplice: ‘Si, siamo arrabbiati con il vostro
governo, ma non con voi, persone come noi.
Sono due cose diverse.’
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I
primi cinque giorni sono passati in Damasco, ogni giorno con un programma
diverso. La prima mattina, siamo andati
alla Moschea Umayyan.
Che atmosfera antica, piena di tutte le preghiere di
secoli, che verde brillante e luminoso, il colore di vita. Siamo arrivai a
mezzogiorno, l’ora della preghiera in questo vasto spazio. Però, c’era
un’intimità nella vastità , un silenzio nella
vibrazione delle voci umane. Noi donne
eravamo tutto coperte, non era più possibile riconoscere una dall’altra,
abbiamo perso in quel posto ogni segno di identità
individuale. Nei giorni seguenti, ci
sarebbero state alcune conversazioni molto forti, molto ricche, riguardo l’esperienza per le donne.
Cos’è per noi, questa esperienza di ‘perdere identità’? E’ un
problema….o una opportunità…?
La
seconda mattina, Rabia ci ha dato un compito che,
all’inizio, sembrava molto difficile, ma che sarebbe diventato per quasi tutti l’esperienza più forte in Damasco. In una mattina, ci siamo trasformati da
‘turisti’ in ‘testimoni’. Il compito era così: da soli o in due, dovevamo andare fuori in
città con un singolo obiettivo: invitare
al dialogo con la gente, invitare qualcuno per un caffè, cercare di conoscere
qualcosa di più concreto, più pratico, di questo popolo. Sembra facile, no? Non
lo era per niente! A parte la
timidezza…non c’erano tante persone, (almeno in quel giorno!) che parlavano
inglese….però, piano piano, abbiamo fatto le prime tracce di contatto. Abbiamo ascoltato le storie di difficoltà,
la mancanza di ‘business’ in questi mesi dopo l’invasione dell’Iraq, la tensione e
l’incertezza nella città, le paure che la situazione possa diventare ancora
peggio. Abbiamo ricevuto curiosità,
timidezza..anche tanti bellissimi sorrisi! Il contatto più forte è stato con una famiglia di negozianti. Era la moglie che ci ha chiamato della porta
del negozio, un negozio di mobili bellissimi in legno
intagliato. Ci ha invitato per prendere
un caffè in casa con suo marito.
L’appartamento era piccolissimo,
pieno di mobili in vari stati di restauro, il suo
marito era lì che lavorava…era handicappato…anche arrabbiato. Arrabbiato per il suo
paese, la sua città, l’incomprensione verso la Siria, verso il mondo
mussulmano, da parte del mondo occidentale. La sua famiglia era cristiana, la loro casa
nel settore cristiano della città ‘Se
noi possiamo vivere così insieme nella stessa città…perché non è possibile per
il resto del mondo?’
Siamo
stati lì per meno di mezz’ora, però quell’ incontro rimane fresco in me anche oggi. Lui era un uomo molto educato, ha studiato a
Londra, a Parigi, a Roma, infatti abbiamo parlato
quasi sempre in italiano: era così
contento di avere l’opportunità. Non era
l’unico che ho incontrato con una storia di studio all’estero, una cultura
larga e diversa..però bloccata e non riconosciuta
dalla tragedia oggi nel Medio Oriente.
Sarebbe
possibile scrivere molto di più di Damasco e quei giorni forti e dolci… però
sarebbe impossibile non scrivere del venerdì, il giorno prima
della nostra partenza per il deserto.
Siamo stati invitati alla moschea principale per partecipare alla
preghiera. Prima, c’era un’udienza
privata con il ‘Mufdi’
di Damasco, un privilegio molto apprezzato dal gruppo. Lui ha parlato chiaramente e gentilmente
della sua speranza per una soluzione moderata, una visione di un mondo dove l’ Islam non venga più identificato con il terrorismo da
parte del mondo occidentale. Dopo,
siamo andati nella moschea, gli uomini di sotto, le donne di sopra. Ad un certo punto, Elias è stato invitato a
parlare alla gente così numerosamente raccolta davanti. Le sue parole sono scolpite nel mio cuore,
rimarranno lì per tutta la mia vita; non
soltanto le parole in sè, ma anche il coraggio di un
singolo uomo americano davanti a forse tre mila mussulmani…e cosa ha
detto? Ha chiesto perdono, perdono per
l’ignoranza occidentale verso di loro e per l’offesa verso la loro religione e
cultura, ha espresso l’umiltà che sentiva davanti alla loro grande
capacità di ricevere così caldamente la sua presenza e le sue parole. Tre mila persone…e sei
mila occhi pieni di lacrime….
Sento una profonda gratitudine per essere stata presente in quel momento.
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La
mattina dopo, siamo partiti per il deserto.
Il
Monastero ‘Deir Mar Musa’,
è situato a circa ottanta chilometri da Damasco, ad
un’altitudine di 1.400 metri. Il
nostro pullman ci ha lasciati di sotto,a valle e
da lì
abbiamo visto sopra ‘la nostra casa’ per i
prossimi cinque giorni. Un edificio severo e semplice, dello stesso colore della roccia
tutto intorno. Piano piano, abbiamo salito il lungo
sentiero di scalini ripidi per arrivare alla porta del monastero, una porta piccola
e bassa. Era necessario entrare con la
testa abbassata e le ginocchia piegate.
Veri pellegrini.
Dentro,
il pranzo ci aspettava, servito fuori su tavolini bassi, davanti al panorama
del deserto. In questo posto, ci sarebbe
stata un’esperienza unica per sentire cosa vuole dire la parola ‘inter-fede,
per condividere la pratica del sogno di Padre Paolo, un gesuita nato a Roma che
ha sognato anni fa che la sua vita doveva essere un’espressione di comunione
tra la religione cristiana e quella islamica. Ha trovato questo antico
monastero (di origine del sesto secolo) in rovine, la sua chiesa senza tetto,
però, per miracolo, gli antichi
affreschi sono rimasti sempre forti e
chiari sulla parete. La storia di Paolo
è lunga, forte, divertente ma soprattutto un’ispirazione di una vita dedicata
al servizio divino. E’ difficile
descrivere questa persona – sono indecisa se è un orso o un leone – forse tutt’
e due!
La
messa cattolica viene cantata in Arabo, una lingua che
vibra e tocca il cuore. Per me, l’immagine più forte fu un momento dopo la messa della
domenica, che seguiva una vera tradizione antica. Poi, Elias ha cominciato a cantare e
l’atmosfera divenne elettrica. Paolo ha preso un tamburo ed anche lui ha
cominciato a cantare , una singola parola, in tempo
con la musica di Elias. La sua
parola: Allah, Allah,
Allah…… In quel momento,
non c’era ‘religione’, non c’era ‘diversità’, c’era soltanto ….Allah, Allah,
Allah…..
Tutt’intorno,
c’era il deserto. C’è qualcosa
nella parola ‘deserto’ che tocca in
profondo. Forse tocca in ognuno di noi un desiderio di lasciare
tutta la superficialità, di essere ‘nudo’ come la
roccia, immerso in un silenzio completamente diverso da tutti gli altri tipi di
‘silenzio’. No lo so. So soltanto quanto amo il deserto, quanto mi
sento bene nel deserto, sia nella grande ombra della
valle che nella piena luce in cima.
Questo deserto è pieno di grotte, grotte che trattengono ancora
l’energia dei secoli di meditazione e preghiera. Ogni mattina, verso le 05.00, un piccolo
gruppo di noi ci incontravamo
in una profonda grotta nella roccia sopra le nostre camere, e lì, facevamo lo zikar
ed altre preghiere, mentre l’alba piano piano
cominciava a toccare il vasto cielo e le colline fuori.
Però, attenzione! La vita al monastero era difficile, severa ed c’era anche molto freddo.
Diverse persone del gruppo erano malate, ed alcuni hanno
dovuto ritornare a Damasco.
Sarebbe troppo facile dare un quadro un po’ idealistico, un po’ troppo
‘perfetto’. Ma tutte queste
difficoltà ci hanno fatto capire quanto
grande e profonda è la dedicazione della comunità monastica lassù. Per costruire una tale comunità ci voleva
più di un sogno…ci volevano anni di lavoro durissimo ed una capacità di tenere presente il contenuto del sogno. Quell’ “orso-leone” chiamato Paolo è così. Grazie, Paolo, per tutto quello che ci hai
insegnato in quei giorni.
Era
difficile andare via dal Mar-Musa, anche se so nel cuore che devo
ritornare. Era difficile dire ‘arrivederci’
ai nuovi amici di diverse nazionalità, alle capre in bilico
sulle rocce più alte, all’asino che aveva una grotta tutta per lui, a
Massimo, il gatto di Paolo, che partecipava anche nella messa! Scendere quel lungo sentiero per
raggiungere di nuovo il nostro pullman che ci aspettava in basso era una
sensazione strana: sembrava che eravamo stati non soltanto pochi giorni lì nel
deserto…ma per un periodo fuori del tempo conteggiabile.
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Damasco
per ancora due giorni, giorni per svagarsi un po’, per prepararsi per il ‘rientro’, per andare per un po’ di shopping nei souk,
per godere gli ultimi giorni con questi fortissimi amici, scambiando
indirizzi e speranze di rivederci.
Un’esperienza così forte unisce un gruppo di stranieri e lo trasforma in
un gruppo di viaggiatori spirituali. Di
pellegrini.
Sabato,
il 22 novembre, il volo per Vienna parte in orario. Dalla finestra, guardo l’ultima vista del
deserto, sempre quei colori pastello. Arrivederci,
Damasco, Soffio d’Amore. Alla prossima
volta….
Salima